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giovedì 26 aprile 2012

Doge non si è fermato... si solo è trasferito!

Comunico ufficialmente anche da questo canale che, se ormai da molto non aggiorno il blog, è perché è nato nel mese di marzo di quest'anno l'idea di creare un giornale universitario a cadenza mensile: Sole e Acciaio.
Il progetto è partito bene e speriamo continui ancora meglio. Chi volesse continuare a leggere le mie produzioni mi troverà lì a nome Spartacus (in particolare segnalo l'introduzione, scritta di mio pugno).
Non mi dilungo troppo, lascio di seguito tutti i contatti presso cui approfondire la questione, approfittandone per ringraziare i miei nuovi "colleghi" e lettori.
Questo spazio tuttavia non morirà, continuerò a scrivervi quando ne avrò la possibilità.
« L’arte marziale è morire insieme ai fiori,
la letteratura è coltivare fiori imperituri. »
Yukio Mishima

martedì 28 febbraio 2012

Ceri per i morti di Alesia

Accendere ceri, ripetere orazioni, perpetuare sacrifici. Siamo gli eredi degli spiriti di Alesia. Siamo i figli del martirio, risorti dal sangue di un mondo che ha donato la vita a sé stesso. Siamo le carcasse dei guerrieri immolate alla resistenza ad oltranza. Siamo le schiere galliche falciate della volontà di potenza romana. Siamo le testuggini quirite sventrate dal furore d’oltralpe. Siamo la civiltà e la sua negazione. Siamo gli eredi di Alesia.

Innalziamo ceri ai morti vivi e libagioni agli Dei, mentre i vivi morti ci circondano e popolano un pianeta nato dalle rivoluzioni. Noi, che siamo i figli del sangue, accendiamo una fiamma per ogni spirito morto vivo. Eleviamo al cielo l’estrema luce delle anime nelle notti senza luna e senza stelle, nei giorni di nebbia in cui il sole non è che il ricordo di uno stupendo passato.

Meno preghiere e più silenzio: è quello che ci chiedono i morti. Ceri, ceri e ancora ceri; così tanti ceri da oscurare l’aldilà. Tanto silenzio da intimorire gli animali notturni, da far presagire ai corvi un ritorno alla vita. Questa è la nostra rivoluzione: una battaglia senza clamori e un ricordo senza rimpianti. La vostra vita è morte, la nostra morte è vita.

Crepita una pira innalzata sugli scudi e sulle ossa. Nitriti di cavalli spezzano le tenebre sferzando di brividi le schiene temprate dall’acciaio. Insegne illuminate a metà dalle fiaccole, gonfiate dal vento, indicano ai morti la via da seguire; ai vivi, l’ultima redenzione. Le lame scintillano in tributo al valore e al sacrificio degli Avi.

Pesanti elmi, calati sul viso, mostrano all’uomo la visuale della battaglia e lo fanno sentire a casa. Un’ultima arringa, le spade contro gli scudi, le urla allineate e la marcia cadenzata. Siamo in prima linea, per raggiungere i morti di Alesia.

lunedì 13 febbraio 2012

Uccidi il morto che è in te

Le ragazze sono come l'arredamento di casa: per quanto possa valere un mobile, quando diventerà troppo ingombrante o stonerà con il colore della moquette, lo potrai sempre cambiare con un altro.
Al contrario, non so quante versioni della tua Coscienza e del tuo Onore circolino sul mercato.
Non dare peso alle cose superflue è grande sintomo di maturità.

L’introduzione al mio testamento sembra suonare bene. In realtà avrei voluto piazzarci una citazione di Leonida o Decio Mure, ma poi vai a dirglielo che non sei morto in battaglia perché di guerre non ne fanno più. Come perché? Hai mai visto guerre tra morti? Non dico tra poveri, fratelli o concittadini, ma tra morti.

Non li sto scomodando, sia chiaro. Sono spirato anch’io se stai leggendo il mio testamento. E premetto che non ho niente contro i diversamente vivi e non sono neppure necrofobo. Ma voi siete la palinodia di Michael Jackson e vi tinteggiate per sembrare meno freddi. Lo capirebbe anche un bambino che non fate guerre solo perché la cosa più viva che si può trovare in uno Stato democratico è il parlamento. Prendetene atto: siete morti, come me, e come me insepolti. Ma a differenza mia vagate ancora, testardi, su questo pianeta.

Vi serve un post-it per ricordarvi che qui siete sgraditi? Non sentite le voci dei vostri morti che vi deridono? Che fanno le barricate per non avervi vicini di banco nell’Aula dei Defunti? Fuggite come profughi dalle piantagioni intensive di ananas e non avete pensato a inventarvi un’Europa cui chiedere asilo. Anche perché in Europa sono tutti morti, e l’unica igiene del mondo è da parecchio tempo in cassa integrazione.

Lascio il testamento in bianco, perché so che sul mio cadavere banchetteranno i corvi (vivi) e le mie vesti se le spartiranno i coyote. Tutto ciò che non sia commestibile per un branco di iene l’ho già bruciato: non lascio niente alla Caritas dei deceduti. Ci tenevo solo a concludere con una frase ad effetto, magari un’invettiva contro un personaggio famoso. Stalin? Schettino? Nabucodonosor? Ogni volta scadevo nella banalità. Poi, finalmente, l’illuminazione. Dopo aver tentato con esiti fallimentari un epitaffio e un panegirico della Guerra, ho trovato un degno bersaglio. Buona lettura, corvi!

Occhio per occhio: è destino che il mondo diventi cieco.
Ci fanno la morale del perdono perché ci vogliono accecare loro, per poi deriderci dall’alto dei loro monocoli.
Ci vogliono ciechi e ci avranno morti.
Gandhi capra, servo del sistema.

martedì 31 gennaio 2012

Il vento, il freddo e una legione di angeli morti



testo inglese

L'acqua riversa le sue braccia attorno alla pietra
La decadenza gocciola dal vuoto inquieto dove si forma il ghiaccio
Dove la vita finisce

La pietra inghiottita dall'alluvione porporea
La marea rossa contorta al di là della ferita d’ebano
Offro il mio sacrificio di addio in questo fiume di memoria...
Un'onda per porre fine a tutti i tempi

Uccelli rossi sfuggono dalle mie ferite e ritornano come neve che cade

Per spazzare il paesaggio; una tormenta di neve, ali senza corpi
La neve, la nevicata amara

Desideri morire tra le sue braccia pallide, cristalline
Per diventare un inno al silenzio

Nell'anima di una montagna di uccelli, caduti
La pallida cascata di piume senza spirito

La neve è caduta e ha esteso questa montagna bianca
Su cui morirai e svanirai nel silenzio





testo inglese

Si trova una bellezza dietro alle porte di legno proibite
Una bellezza così rara e pura, che farebbe sanguinare
E bruciare gli occhi umani...


...Si è uccisa in autunno...

Io sono il devastatore, porto la bella morte all'alba
Con il vento, il freddo e una legione di angeli morti...

...Mi sono ucciso in primavera...

Un ramo tetro mi aveva appeso in alto
Ho affondato i fuochi del Sole
Qui, regna la notte

Mi oppongo alla luce
Raccolgo le tempeste
Con una spada che impugno con odio
Ho abbattuto il sole con arco e fuoco
Vento per l'inverno morti

Io sono il devastatore... l'epilogo
Io... muoio...
Ho maledetto gli inverni morti...

domenica 29 gennaio 2012

Quello che le torce non dicono


Una dose di depressione con l’IVA del 23%. Bella merda. Per colpa della guerra all’Isola del Giglio mi tocca pagare le accise anche per piangere in cucina. Tempi che corri, uomo che trovi! Quello di oggi si fa rappresentare dal Dimeglio e dagli ormoni in scatola, perché la coda per il Discobolo e il martello di Thor erano troppo lunghe. Il terrestre medio è talmente brutto che sembra un capolavoro d’arte moderna.

Hai presente la scena dei Griffin in cui Peter, Brian, Chris e Stewie vomitano a turno per un minuto? Ecco, quella è l’effige del nostro uomo. Ma arriva un momento nel quale anche il Fantozzi della situazione si stanca di vomitare sciroppo di ipecac su un cane parlante negli spezzoni più beceri di Youtube. E si prende la sua rivincita. Solo che sessanta milioni di tarli muniti di striscioni non fanno nemmeno mezzo Fantozzi incazzato come una bestia.

Mando giù gli ultimi pezzetti di cera e mi infilo lo stoppino nella carotide. È sempre stato il mio sogno fare la torcia umana.

Cosa vuoi fare da grande Pierino?
Il calciatore.
E tu, Pierino?
Il vip, maestra.
Il Pierino là in fondo, con la mano alzata?
Il cassiere al Burger King.
Epaminonda?
La torcia umana.

Non ho mai capito perché tutti quei bambini stupidi si chiamassero Pierino, come non so spiegarmi come possano dozzine di camionisti prussiani eludere la frontiera polacca per smerciare carne di Pierino nella Terra di Mezzo. Che poi Bigazzi è finito nei guai per un fottuto gatto: se si scoprisse cosa mangiano i polacchi, oggi la storia la scriverebbero i vinti.

L’accendino, in bilico sull
orlo del tavolo, è uno di quelli che ti danno in omaggio con il mutuo della casa. L’impiegato della filiale, con il solito sorrisino stronzo, fa sempre la battuta delle bombole a gas. E lo sa lei, invece, che mescolando parti uguali di benzina e succo d'arancia congelato si può ottenere il Napalm? Allora, non rideva più, il coglionazzo?

Sfoglio le pagine del Bushido cercando il capitolo sui rettiliani, ma forse sto alludendo al profeta Matteo Montesi. Provo e riprovo a replicare le sue vocine, solo per sentire che effetto fa essere perseguitati da una vocina più grossa che si fa chiamare Dio.

Matteo me devi fà un favore… disciamo… particolare. Vedi, la sbocca del fiume Musò, ecco, quella è piena de frogi... ma nello stesso tempo nun me va de ripulilla. Buccace te dai, poi sce carighi il viduo su iutubbe cuscì lo condivido sulla mia pagina. Grazie mattè, certo, lode e gloria nel più alto dei cieli anche a te. Ciao, ciao... Come? No, nun lo so cus’è un topettignao. Scusa ma ho poghi quattrì, stamme bè ciao.

Basta divagare: se un uomo non è disposto a dare fuoco alla sua laringe, o le sue vocine non valgono nulla o non vale niente lui. Di sottofondo rumoreggia un canto tribale azteco, di quelli che mettevano a palla sullo stereo prima di mangiarsi il capotribù nemico. In umido, come Bigazzi.

Una firma qui, un autografo qui… secondo le regole previste dalla legge… lascia ogni suo bene all'erede al trono del Principato del Disagio. Molto bene, un timbro ed è a posto. Gli organi li vuole donare per la ricerca? Come no. Ha da accendere?

Fonte di ispirazione: svartjugend.com

sabato 7 gennaio 2012

Manifesto della Pazzia



Crediamo nella pazzia che si fa azione.
Siamo quei pazzi di professione che nascondono la propria ragione nella fondina. Siamo ferrei nel nostro mestiere, né ragionevoli né moderati. Le nostre tasche potrebbero essere piene, ma sono libere da ogni costrizione materiale, poiché mai abbiamo osato profanarle.

Non siamo affetti da crisi di identità: ne abbiamo così tante da doverle alternare.
Ieri saltellavo con una tromba simulando la breccia di Porta Pia nel mio garage, oggi piango sulla foce di un fiume lamentando di non trovare più quel sasso colorato che facevo saltare sull’acqua. Nulla di ciò che apparteneva al giorno precedente ha senso in quello successivo, poiché in mezzo c’è una luna e c’è un cielo stellato, che già costituisce un’era a sé. Parlo in armeno per ore con un imperatore kazaco, prima di capire che sto soffiando in una bottiglia di aceto per aspirarne gli aromi. In fondo, chi siamo noi?

Siamo il pendolo tra il nichilismo e il Superuomo.
Passiamo dal desiderio ardente di elevarci sopra noi stessi e sopra il mondo, a quello di volerci restare sotto per sempre. Dall’aquila al verme, il nostro animale totem può saltellare beatamente da un estremo all'altro scivolando sulle le vie di mezzo.

Teniamo monologhi con gli altri, dialoghi su noi stessi e discorsi con gli animali.
Ci teniamo alla cura delle relazioni con il nostro io: è sufficiente qualche telefonata alla coscienza prima di andare a dormire e un po’ di pubbliche relazioni nel fine settimana con l’autostima. Il miglior interlocutore è colui che non si affanna a trovare un difetto di pronuncia ad un’orazione il cui vocabolo meno onomatopeico è “clap clap”. Come destinatari, agli uomini preferiamo gli animali, che, nemmeno tanto per assurdo, capiranno meglio di altri il senso di questo manifesto.

La nostra religione è Romanticismo; la nostra democrazia è Reazione.
Sul nostro altare soppesiamo i sentimenti, per redigere attentamente l’andamento in borsa delle emozioni e delle sensazioni. Si badi che Romanticismo non è nulla di poetico né sdolcinato: un corvo intento a recidere chirurgicamente l’occhio di un cadavere sul ciglio della strada è per noi un quadretto romantico. Quello che intendiamo con Reazione è invece l’asse politica del nostro essere e divenire: il rifiuto di ogni giogo che non sia spontaneamente addossato; il biasimo nei confronti dell’attuale, della moltitudine e del perbenismo; la consapevolezza che tutto scorre: all’infuori, naturalmente, della mediocrità umana.

Vieni nostra trinità: misantropia, disprezzo, isolamento.
Uno e trino è meglio di un gruppo di tre, perché troppe presenze implicano un eccesso di compagnia. Il nostro manifesto si prefigge di riunire ogni pazzo in una comunità platonica. Nessuna congregazione fisica, nessuna azione coordinata potrebbe esistere tra pazzi, perché frequenze diverse esigono canali diversi. E perché forse noi, una frequenza, nemmeno l’abbiamo.
« La pazzia è ribrezzo, veneralo.
La pazzia è una disgrazia, accoglila.

La pazzia è fame, cucinala.
La pazzia è un incubo, realizzalo.
La pazzia è un puzzle, confondilo.
La pazzia è un sorteggio, pilotalo.
La pazzia è un sole, contemplalo.
La pazzia è un bonsai, coltivalo.
La pazzia è una debito, screditalo.
La pazzia è orrore, vomitalo.
La pazzia è un mistero, difendilo.
La pazzia è giuramento, onoralo.
La pazzia è tristezza, piangila.
La pazzia è una cadenza, marciala.
La pazzia è una guerra, conducila.
La pazzia è un ardimento, osalo.
La pazzia è morte, seppelliscila.
La pazzia è pazzia, saziala. »


martedì 20 dicembre 2011

Solstizio


Il solstizio d’inverno è, prima di tutto, un evento astronomico. È il momento dell’anno in cui, nell’emisfero boreale, il Sole raggiunge il suo anti-apice: è la notta più lunga dell’anno.

Cosa può e deve significare per noi ‘celebrare il Solstizio’?

Non solo reiterare la nostra gratitudine verso la rinascita solare; non solo partecipare a una vittoria simbolica sulle tenebre. Il quotidiano deve lasciare posto alla circolarità dell’eterno: il giorno feriale alla stagione, la settimana lavorativa all’anno solare, la frenesia dell’orologio all’innata regolarità delle fasi lunari. È fondamentale a questo scopo trovarsi in un luogo appartato e inusuale, che accentui tanto l’eccezionalità dell’avvenimento quanto il raccoglimento necessario all’elevazione interiore. Per poche ore l’uomo civilizzato ha il privilegio di tornare a sentirsi animale spirituale nella sua dimora naturale.

Bisogna altresì precisare che non si tratta di un culto religioso. Quella che in latino viene chiamata religio è ciò che più si avvicina al termine superstizione, nel senso più anti-razionale del termine. I riti religiosi, fuori dal loro contesto tradizionale, perdono il loro significato originario; così come libare offerte a Cerere aveva un reale significato nell’età romana precristiana, oggi sarebbe a ragione etichettato come folklore, tra il patetico e il sacrilego. Pertanto noi, europei della tarda età contemporanea, dobbiamo rassegnarci al fatto di non avere una religione, e quindi di non poterla pienamente esercitare nella sua funzione rituale.

Il livello che ci avvicina al vero senso della celebrazione è invece quello metafisico: nulla come questo aggettivo fonde alla perfezione la dimensione materiale con quella spirituale. Il fuoco acceso sulla Terra è il tramite tra noi e il Sole, la veglia notturna è l'offerta spontanea della nostra vita alla perfezione dell’universo. Attendere il ritorno del Sole vigilando è l’iter per entrare in contatto con il divino.

Per nulla in contraddizione con l’anti-religiosità del rito, l’elemento divino si svela nella circolarità naturale degli elementi. La terra, il fuoco, la luna, il sole, le stelle: vita e morte, declino e rinascita sono i fenomeni che ci manifestano la divinità nel reale. Solamente quando percepiremo questa fusione con la natura, nella quale si riscopre la divinità come la più pura forma di panteismo, il cui apice è l’empatia solare, solo allora si potrà dire riuscito il rituale del Solstizio.


Di seguito, della musica che aiuta ad avvicinare le parole al concetto.

domenica 11 dicembre 2011

Elogio della povertà

Temiate la superficialità, non la povertà.
Con questo monito mi inoltrai nella selva della sofferenza per uscirne diverso. Un altro, addirittura.
Al contrario di quello che la mentalità borghese può indurci a pensare, la povertà è un pregio: o meglio, una fonte di virtù. Perché è solo nella mancanza che l’uomo può tornare a riscoprire le proprie doti, a vivere secondo natura e in armonia con sé stesso.
L’abbondanza di mezzi e piaceri rende deboli e sviliti. Tutti i popoli che sono cresciuti tra l’oro e lo sfarzo, ci sono anche morti. L’esempio dei monasteri germogliati nel Medioevo dimostra invece l’integrità del rigore intriso di frugalità e povertà. Quale migliore prova di rettitudine della scelta di una privazione spontanea!
Se oggi la materia effimera ha vinto sullo spirito, se il corpo soccombe sotto la vacua apparenza e l’umanità è schiava del denaro e drogata di progresso, lo dobbiamo al trionfo della ricchezza. Non solo l’uomo moderno vuole essere ricco: egli desidera essere più ricco. Più degli altri, più di prima. Più ha e meno dà. È sensato allora constatare che ogni altra logica malata di quest’epoca sia erede legittima della ricchezza.
Per questo in quella selva ho imparato a vivere. Imparare a vivere è un clamoroso ossimoro, mi direte: ogni uomo vive dal primo istante in cui è concepito fino alla morte. Vi siete mai soffermati nel bel mezzo di un incrocio, ad osservare gli umani zampettare da un negozio all’altro come formichine denaturate? E osate ancora definirli vivi? Carichi di borse, vestiti ad arbitrio delle pubblicità, soggiogati dalle micro tecnologie; privi di personalità e meccanici come zombie. La mortificazione della vita.
Trovai nella coscienza del sacrificio una cura al germe erosivo del lusso. Solo le notti sotto le stelle e i giorni trascorsi a contemplare il sole portarono robustezza alle mie ossa e ossigeno alla mia mente. Solo immergersi nell’acqua dopo un addestramento snervante ci ridona una sensazione di vita. Un tronco cavo diviene giaciglio e il verso del gufo piacevole compagnia. Nel profumo di una viola e nel gusto di una fragola di bosco sono racchiusi i misteri del mondo.
Questi pensieri fluttuano accarezzati dalla brezza come ninfee sullo specchio di un lago. L’estasi della staticità esterna rivela tuttavia la profondità feconda che le ha generate: acque incontaminate da cui le zanzare della copiosità stanno deliberatamente alla larga. Queste sguazzano lontane: nelle pozzanghere, nelle paludi e in tutto ciò che può offrire solamente la ricca, ma corrotta, superficie di sé stesso.
"Un letto da poco mi scalda meglio di uno ricco: perché io sono geloso della mia povertà." (F. Nietzsche)

giovedì 10 novembre 2011

La nostra via è questa

Con questa breve nota mi rivolgo a chi ancora, oggi, intende la vita come battaglia. È imprescindibile per la comprensione del discorso non avere una visione del mondo subordinata a quella moderna, in tutte le sue accezioni di libertà, pace e tolleranza. Per tutti gli altri è richiesta qualche oncia di flessibilità mentale.
Partiamo da un esempio chiarificante, per giungere al concetto universale in maniera induttiva: immaginiamo, provocatoriamente, una situazione moderna per contestualizzare la scena.
Un’azienda petrolifera, per cause accidentali, si ritrova il pozzo di estrazione completamente divorato dalle fiamme. La prima reazione che muoverebbe un “profano” sarebbe quella di versarvi sopra dell’acqua, agendo secondo un metodo standard di ragionare. Coloro che lavorano in quel campo sanno invece perfettamente come, in certi casi, questo comportamento non farebbe altro che peggiorare la situazione: l’incendio non si spegnerebbe per nulla, bensì trarrebbe giovamento dall’ossigeno, presente per un terzo nella componente dell’acqua. Esistono allora due soli modi per stroncare le fiamme: attenderne la fine naturale - ma potrebbero volerci degli anni, con le conseguenti perdite - o provocare un’esplosione artificiale.
Allo stesso modo, anche noi abbiamo due modi di comportarci. Qualcuno, miope verso la corsa esponenziale della modernità verso il collasso, sordo di fronte ai richiami di un mondo depredato di ogni specificità e bellezza, e anche un po’ ottuso, si ostina a mescolare l’acqua al petrolio grezzo. Coloro che cercano goffamente di salvare questo mondo non solo ne prolungano l’agonia, ma ostacolano anche ogni tentativo di costruirne uno migliore: chi non lotta, è complice della sconfitta.
In questo gregge di affaccendati nella cura di un malato terminale, c’è ancora chi mette da parte un po’ del proprio esplosivo in attesa della grande detonazione. Essi, tacciati come male assoluto dalle pecore di cui sopra, non hanno problemi a indicare la loro via come la più schietta e la più magnifica delle vie percorribili. Un fuoco comune si placherebbe con alcune semplici secchiate d’acqua, ma in pochi hanno capito che siamo precipitati dentro a un pozzo di petrolio. Il declino della civiltà moderna è più che alle porte: perché aspettarlo marcendo? Perché forzare oltre ogni ragione un cuore freddo che si dimena per inerzia, senza più un motivo per battere?
Il mondo non si cambia con le coccole o con la carità! Deponete la vostra pietas nei libri dei classici; sotterrate l’amore per il prossimo nel dimenticatoio. Se esiste un momento giusto per lucidare le armi, non può che essere questo. Mi rivolgo proprio a voi, che in questo momento non dovreste nemmeno ascoltarmi; che attendete il tracollo finale anestetizzati dai fumi della carità.
Certe volte mutilare è una scelta drastica, ma imprescindibile. Risulta comprensibile, per chiunque abbia un senso statico della vita, l’attaccamento al proprio pacifico vivere quotidiano: ma quando questo necessita di essere distrutto, per il bene di tutti, non si esiti a farlo. Dal canto nostro, noi non possiamo fare altrimenti: la nostra via è questa.

martedì 20 settembre 2011

L’ultimo respiro

Il mondo, o almeno quello che conosciamo, è agli sgoccioli. Basta aprire un quotidiano qualsiasi per rendersene conto. Le parole in cui si inciampa più di frequente sono: crisi, allarme, rincaro, protesta, caos, attentato, mafia, degrado, omicidio, gambizzato, tagli, declassato… E non occorre andare oltre. Al di là dell’allarmismo da telegiornale e della predilezione dei giornalisti per la cronaca giallo-nera, il periodo che stiamo vivendo è una vera catastrofe su tutti i fronti.
I piccoli comuni, le piccole associazioni, i piccoli commercianti: insomma, i pesci piccoli stanno finendo l’ossigeno e stramazzano su un fondo liquamoso sperando in un miracolo dal cielo. Non se la passano meglio i governi, soffocati da una finanza internazionale che crea voragini, compra, riduce, plasma e distrugge intere economie a proprio piacimento e interesse. Siamo condannati a subire passivamente il dominio di forze che non possiamo né controllare né conoscere: e a poco serve il teatrino degli scioperi e delle proteste contro i sicari del sistema, quando sul nostro collo pende una corda di cui non conosciamo neppure il mandante. A chi indirizzeremo la nostra domanda di grazia? Nessuno ci ascolta.
L’ambiente si sta deteriorando minuto per minuto; inquinamento e devastazione del territorio sono solo una piccola conseguenza di ciò che vuol dire una popolazione progredita di sei miliardi di esseri antropomorfi. Sei miliardi: una cifra da capogiro, che basterebbe da sola a dimostrare l’impossibilità del pianeta Terra a rimanere in piedi, una volta che anche il secondo e il terzo mondo raggiungeranno gli standard consumisti del primo. Ma anche qui, nessuno sembra farci caso.
La società poi, vista in un contesto più circoscritto, è una vera e propria pattumiera umana. Le generazioni, con il passare degli anni, divengono sempre più inermi e rassegnate: passano da una tecnologia all’altra in pochi mesi e non sentono più il bisogno di avere un’anima o un motivo per vivere. Ammazzano il tempo (la vita) nelle discoteche, sulle provinciali puntellate da transgender, nelle sporche vie di periferia cosparse di siringhe e sigarette. La vita è ormai nell’aperitivo del sabato pomeriggio, nella sbronza del venerdì sera. Niente di più. Nessun sentimento che vada oltre il mero istinto sessuale, nessun interessamento alla cultura, alla politica o alla conoscenza di sé. E’ la gioventù del nulla. Annichilimento passivo, tv, creme depilatorie, videogiochi, divertimento… il nulla. Ogni differenza si acquatta verso l’appiattimento più totale; ogni guizzo di autostima, orgoglio, ribellione è soffocato lentamente dal pallido grigiore delle masse, dalle malinconiche luci rosse di un night club, dalle ceneri nere sbuffate con malavoglia fuori da fiacchi polmoni tumorati.
Tra l’inconsapevolezza più totale, nel menefreghismo diffuso e l’indifferenza standardizzata, stiamo annaspando ingozzandoci delle ultime sacche di ossigeno rimaste. Nessuna disperazione, niente urla e gemiti o clima apocalittico da fine del mondo: andiamo verso la morte quasi per caso, come un agnellino sprofonda d’un tratto tra le lame di un mattatoio. Siamo la generazione del nulla e vi ci sprofondiamo senza saperne nulla.
Però mi piace pensare che si possa finire con dignità anche combattendo nel fango. Mi hanno sempre affascinato le storie dei grandi eroi che trapassavano con la spada in mano, consapevoli, felici. Ho sempre guardato con stupore i Kamikaze giapponesi del Novecento, frecce infiammate d’ardore anelanti l’oltreuomo. Penso che una fine del genere spetterebbe di diritto a tutti noi: non ci è stato concesso di stabilire come nascere, ma possiamo decidere come morire! Non potremo salvare il mondo, ma possiamo salvare noi stessi.
Una scena che colpisce spesso i visitatori della città di Pompei sono le sagome pietrificate dei soldati posti alla difesa della città. Fermi, immobili dinnanzi all’avvicinarsi di una nube densa di cenere e lapilli, quegli uomini hanno atteso la morte con i piedi piantati nel terreno. Lo sguardo fisso, duro, inflessibile. Anche noi, come quei guerrieri, potremo dimostrare che, tra le eruzioni di un futuro ormai prossimo, saremo in grado di difendere il nostro nome, noi stessi e il nostro onore.
Vivere per morire o morire per vivere: noi la scelta l’abbiamo fatta da tempo.
"Si fractus illabatur orbis, impavidum ferient ruinae." Anche se il mondo attorno a lui cadesse a pezzi, le rovine lo colpirebbero impavido.
Orazio

lunedì 8 agosto 2011

Squarci di affresco

Al culmine della salita, il paesaggio diviene allo stesso tempo maestoso e reverenziale.
Avvolto tra le nuvole basse e fitte, sferzato dal gelido vento, si staglia un colle di un verde acceso e colmo di vita, punteggiato irregolarmente da grandi massi bianchi, quasi calcarei. Due falchi, immobili nel vuoto, tagliano l’aria ad ali spiegate e vigilano su quel monumento della natura.
Tutt’intorno la vista è annebbiata dal vapore, ma rimane spazio per scorgere, ai lati, le due vallate che si adagiano dolcemente sul pendio. Sullo sfondo, appena sopra un sentierino di ciottoli erto e scosceso, una croce in lontananza sembra svelarsi surrealmente tra la foschia. Il maestoso scenario rimane statico, come un affresco. Si protrae per pochi attimi, intensissimi, che prego si trasformino in lunghi giorni.
Poco dopo, svanite le nuvole, riemerge il sole e i falchi planano, attratti da qualcosa più a valle. Ma io ho visto. E non solo, ma continuo a vedere, dentro di me, quello squarcio, che mi chiedo ancora adesso se sia realmente esistito.
Il panorama descritto è il paesaggio di una località valtrumplina: certo del fatto che nessuna pellicola avrebbe mai potuto rendere uno spettacolo simile, ho preferito non mostrarne la fotografia, confidando piuttosto nella scrittura, quel potentissimo mezzo capace di mettere in moto nel lettore le facoltà dell'immaginazione.
Di seguito un sottofondo degno di quegli idilliaci momenti.

martedì 31 maggio 2011

Sogno una gioventù

Sono tormentato dall'idea di questa gioventù. È, quest’ultimo, il frutto più ricco che ci viene concesso, pur nella caducità del corpo umano. Sogno una gioventù forte, ardita, dominatrice di sé, disciplinata, dedita alla propria salute fisica non meno che alla preparazione mentale, capace di sostenere sin dall'inizio le prove più insidiose della vita. Il coraggio e l’audacia sono caratteristiche imprescindibili in un giovane: sprecarle sarebbe un peccato, soffocarle abominio.
Quando i due aspetti più pericolosi -quelli dello studio e del divertimento- prendono il completo monopolio della vita di un giovane, questi crescendo non diventerà altro che un’utile macchinetta sociale: lavorerà incessantemente nel completo abbandono della propria interiorità, del contatto con il mondo, della riflessione interiore, del dinamismo fisico e mentale; salvo poi sfogare i propri rimpianti nei recinti del fine settimana, dove ruggire è consentito anche ai montoni.
Soffro nel vedere la mia gioventù inerme, china sotto il peso dell’ozio, degli obblighi sociali e dello sballo da routine. Tentare poi di plasmare l’animo già formato di un adulto è una lotta contro i mulini a vento; sarebbe come voler modellare a piacimento un coccio di vetro: questo o si spezza o rimane un coccio.
Ogni epoca storica che abbia assistito a una rivoluzione si è preoccupata di scommettere su quel settore che non ha mai smesso di costituire una risorsa naturale: ogni cambiamento radicale nella società e nell’uomo dovrà quindi, anche in futuro, passare dal giovane. Imprescindibile sarà il suo apporto, fondamentale il nostro esempio.
Tutta l’umanità necessita della cura minuziosa e appassionata del suo fiore più prezioso. Nessuno si astenga dal portare avanti i valori di quella gioventù sana, ultima speranza tra le macerie di un mondo corroso, dovesse anche, nel frattempo, diventare vecchio.

martedì 5 aprile 2011

Una scelta definitiva

Per spostarsi da un punto all’altro del globo, da che mondo è mondo, serve un mezzo di trasporto. Basta un clic su internet, una carta di credito e voliamo nei posti più remoti. Anche le automobili sono comode e soprattutto fanno girare i soldi: carburante, assicurazioni, bolli, revisioni... 24 ore su 24, 365 giorni l’anno: se avete bisogno di un distributore lo troverete aperto sempre. Le autostrade sono calde notte e dì – tutti i giorni – solcate dalle gomme, cerchi in lega, cavalli e cilindrate.
Caschi integrali, vitamine, aspirine, estintori, mascherine contro lo smog: c’è tutto quello che serve per mantenere una parvenza di salute. Cosa mi lamento, non si potrebbe fare di meglio! Abbiamo i conservanti, la tv satellitare, i-phon, i-pad, i-touch. Con soli 8 euro possiamo goderci l’ultimo film hollywoodiano in 3D. Non ci manca proprio niente. Materassi di gomma, case in cartongesso, bicchieri di plastica, vestiti in poliestere, sponsor ufficiali, macchine fotografiche usa e getta, uno schermo e una batteria per ogni utensile.
Stiamo vivendo l’apoteosi dell’elettronica, il culmine monumentale dell’informatica, l’apice del dominio umano sulla Terra. E’ questo l’uomo che mi accingo a distruggere. Egli ha abusato di ciò che un Dio ingenuamente generoso gli ha donato. Non aveva forse le idee chiare il giovane Victor Frankenstein dopo aver creato un vero e proprio mostro? Era così in buona fede inizialmente, tanto dedito al suo successo da dimenticarsi delle conseguenze di quella assurdità. E il nostro Dio non è altro che un Frankenstein in grande: dobbiamo accettare l’idea di essere figli di un eccesso di zelo.
Accantonati e rinnegati da nostro Padre, abbiamo fatto il suo stesso sbaglio con il mondo che ci ha affidato. Questo pianeta doveva essere un figlio, una madre e un fratello. Da ingrati lo abbiamo riempito di buchi, soffocato di cemento e radiazioni; ne abbiamo insozzato le viscere e l’atmosfera. Nessuna scusa potrà mai cancellare tali ingiurie: presto esso si rivolterà contro di noi, inconsapevole del fatto che l’uomo nasce già insieme al virus della propria morte. Non gli lasceremo nemmeno la soddisfazione di scrivere con le proprie mani la parola “fine”.
Quello contro cui mi scaglio, quello che intendo polverizzare non è solo il mondo moderno. È l’uomo. L’uomo che, dopo millenni di esistenza cauta e prosperosa, esagerando e degenerando giunge agonizzante a scongiurare di essere annientato. L’uomo che, sputando addosso a Dio e calpestando la sua terra, ha decretato la sua condanna. Dio non è morto, uomini, è furibondo!
Forte di un fuoco purificatore, delibero e agisco in Suo nome senza incertezza o rimorso, tranne quello di non poter tramandare le motivazioni di un gesto così eclatante. Ma in fondo, a che servono le parole se tengo un comizio dinnanzi a una platea di sordi? Per quale uomo varrebbe la pena di sprecare fiato se questi è prossimo al martirio? Mi piacerebbe, ora, disquisire con un mio antenato: Seneca, Platone, Cicerone. Mi loderebbero? Mi biasimerebbero? Non ne ho idea, desidero solo ardere insieme a questo fuoco. Che tutto torni come prima. Addio.

“Che cos'è un contemporaneo? Uno che ci piacerebbe ammazzare, senza sapere bene come.” (Emil Cioran)

martedì 15 marzo 2011

Dialogo tra un pazzo e un venditore di fagioli

Maledetto renitente! Quanti ettari di filo spinato hai sorvolato per scioglierti su quella poltrona?
Su per giù una settantina.
Sfiduciato! Disonorevole! Speravo che il mondo girasse in senso orario per recuperare un po’ del mio tempo… e invece guarda come sono ridotto. Sono mesi che mangio solo fagioli, mi sento male. Passami un bicchiere.
Sei nel posto giusto.
Ti racconterei di quella capra che viveva sulle più alte vette dell’Himalaya, ma sono troppo stanco. Il mondo è già stanco, è ancora stanco. Non pesano tanto i secoli quanto le anime dei dannati: non sanno più dove metterle… faranno un altro decreto.
Governo ladro...
Piove! Piovono dadi, simbolo d’infingarda passione. Sciami di dadi muggiscono e si dilaniano contro palizzate di baionette. Ah! Ho abbandonato la mia ruota per un dado, bel mestiere ho combinato.
Meglio un dado oggi o una ruota domani?
La ruota… la rivoglio! Sono vecchio e ti confesso che è meglio vivere aggrappato alla speranza di una ruota che gettato nell’angolo più cupo di un dado.
Dà-do. Nella parola c’è un chiaro riferimento.
Dare… siamo quel che diamo o quel che riceviamo? Nessuno ed entrambi, caro signore dei miei fagioli. Siamo un’entità che si costituisce con l’andare del tempo, un castello i cui granelli aumentano fino a che, quando sono ormai troppi, crollano e si riversano sopra qualchedun altro.
Questo ti turba?
Certamente non questo. Mi duole non poter scegliere, o per lo meno sapere, a chi tramanderò la mia sabbia. L’ho sudata sai, l’ho dovuta difendere dai lupi! Fai presto tu a vendere fagioli da un baldacchino. Vieni a fare la guerra, guarda in faccia le ossa che stroncano l’anima! Raccogli una testa dalla polvere, prova cosa vuol dire la sete di casa…
Vorrei saperlo.
Te lo auguro. A vedere solo questa vita verrebbe da dire che siamo più noiosi delle zebre. Con la differenza che noi abbiamo inventato i cannoni e le navi e le ferrovie! Una nave non è fatta per rimanere nel suo porto.
Tuttavia il molo è un posto sicuro.
Sicuramente l’ultimo luogo nel quale vorrei morire, il primo in cui avrei voluto nascere. A sopravvivere a un naufragio se ne esce con un paio di occhi nuovi: questo non è un molo, è un cimitero! Un loculo, per Giove! Portatemi via di qui… non seppellitemi vivo nella melma! Voglio morire per davvero, io.
Tu sei pazzo…
Appunto. Ma tu sei un venditore di fagioli. Io vedo cose che non puoi neanche immaginare, e tu? Tu vedi solo un pazzo. Un pazzo col bastone, la dentiera, una foto sbiadita nel portafogli… Questa foto l’ho scattata quando avevo ancora gli occhi vecchi, guarda.
E’ un albero?
Un albero?! Per tutti i bracconieri di anime, questo non è solamente un albero! Osserva bene la figura che esso compone, non ti sembra umana? Che dico umana… viva! Non riesci a sentire ciò che ti sta comunicando quello che tu chiami albero? E guarda lo sfondo, il tramonto, quel lembo di nuvola… Che splendore!
Continuo a vedere un albero.
Questo ti deve mettere in guardia, figliolo. Con i tuoi occhi pieni di fuliggine non vedi che le sagome riflesse della realtà. Parti! Lascia questo pollaio, abbandona il fienile! Se resterai qui diverrai cieco e non vedrai tanti tramonti, tante aurore, tanti… alberi!
Hai ragione. Sei pazzo, ma hai ragione.
Ed è proprio per questo che dico il vero, perché sono pazzo. Pensi di essere più intelligente di un cane? Beh, lui è più sensibile di te, può percepire una gamma di odori e rumori da impressionare qualsiasi macchinario umano. Io ho imparato a sentire quegli odori, a farli miei. Ho ascoltato quei rumori e ora li distinguo come il rosso dal verde. Un pazzo non ha pregiudizi ma ascolta, fiuta, impara tutto da tutti, in silenzio. Questa è la mia forza.
Ammirevole.
Di più! Micidiale, dirompente quanto placida è la nostra anima! Corpo sereno e mente libera: quant’è bello essere pazzi! La vera sfortuna è quella di essere malvisti dalla gente. Ma ti dirò, in confidenza: meglio evitato che molestato. Era troppo soffocante camminare nella folla opaca e muta, lavorare senza sosta in mezzo a una torma immonda per arrivare, a sera, ad addentare un pezzo di dignità conteso da un gregge di stomaci senza cuore. Era troppo… così ho deciso di fare il pazzo.
Una scelta coraggiosa… e di che vivi?
Aaah! La tua ingenuità si addice a un uomo di questi tempi, all’uomo che ero anch’io. Io vivo. Vivo per, vivo in… non di. Per trent’anni ho vissuto di sopravvivenza: un po’ per pagare le tasse e un po’ perché non mi sembrava di avere altra scelta. Poi la guerra: il freddo, il sangue, i cimiteri… quante croci, quante ne sono servite per lavare quegli occhi? Quante notti di veglia passate a divorare le stelle! Ma poi l’ho vinta, la mia guerra.
Quale guerra?
Quella contro il normale, il civile uomo che ero. Contro la nuova società. Nuova per me, per lo meno. Nuova e spaventosa per i miei occhi, veri, di cristallo e non più fondi di bottiglia! Mai più voglio rimettere quegli occhi! Li ho gettati nella bufera e dati in pasto agli sciacalli. Dammi una spinta, fratello, dammi la forza per nuotare e lasciare finalmente alle mie spalle le alghe putride di questo porto. Vado, nuoto contro la corrente. Dove? Vado a riprendere la mia ruota.

"Nessuno si appaga del stato suo, eccetto qualch'insensato e stolto, e tanto più quanto più si ritrova nel maggior grado del fosco intervallo de la sua pazzia." Giordano Bruno
Immagine: Annibale Carracci, Mangiafagioli, 1584-1585.
Ispirazioni: Giacomo Leopardi (“Operette morali”, Zibaldone); Platone (Dialoghi).

martedì 8 marzo 2011

Dov'è il tuo Dio ora?

Uccideresti una persona? Non mi preoccupa molto la cosa in sé e nemmeno mi dispiace per lo stronzo che dovrà lasciare questa vita. Gli è andata sempre bene, è nato con la camicia, nel Paese e nell’epoca giusta: ora tocca a me. No, quello che mi rammarica veramente è dover arrivare a tanto per riportare la giustizia tra gli uomini. Dove sono finiti gli Dei? Non ci hai mai creduto in Dio mi bacchettano… Penso che se esistono più divinità, allora ci sono più possibilità che almeno una ci assecondi. Non dico benedirci o rivestirci della loro fottuta aura divina ma almeno ascoltarci, farci capire che si interessano di noi! Se esistesse Dio onnipotente non gliene fregherebbe nulla del vostro lavoro, delle automobili, la casa, la famiglia, la fidanzata, la salute, il successo, il porcospino, il caffelatte e la tazza del cesso… Vi maledirebbe uno a uno come sto facendo io adesso e si siederebbe comodamente a gustarsi il teatrino tragicomico della vostra vita. Non passa giorno che non pensi a quanto sia inutile il vostro Dio, che ora è Cristo ora è il Milan, e quando non è il denaro è una mignotta sul calendario. Solo oggi invece ho rivolto il mio pensiero verso qualcosa di diverso: pensate se avvenisse un Big Bang all’inverso, un’implosione dell’universo, che verrebbe così a scomparire. Quale sarebbe il vostro ultimo pensiero? Ho lasciato acceso il forno, avrò chiuso il garage, chi si occuperà della piccola Kety, mancano solo due giorni a Natale, Don Matteo riuscirà a scovare l’assassino, e se poi mi dice di no, cosa le regalerò a San Valentino, converrà investire sul mattone? Io penserò solo: perché così tardi? Perché così tanto tempo prima di salvarci e farla finita? Penserò: dov’è il tuo Dio ora? Hai dimenticato anche quello nell’ultimo istante della tua miserabile vita? Miserabili: così vi ha definiti un Plutoniano, un alieno che è venuto a visitare il pianeta rosa, colore della vostra carne. E’ intelligentissimo questo curioso essere, si chiama Vero e può assumere ogni forma lui desideri, persino liquida o gassosa. Riesce a comprendere i calcoli matematici più impossibili e le terminologie più improbabili in tutte le lingue esistenti. Ha imparato a memoria la Divina Commedia in due decimi di secondo. Però certe cose non le vuole capire: non le riesce a capire. Le banche, i soprusi, le guerre, le tasse, il controllo delle menti, la polizia, la censura, la droga… non c’è modo di fargli capire cosa siano. L’altra settimana ho impiegato quattro ore a spiegargli cosa sia la pubblicità, chiaramente con esito fallimentare. Ho consigliato a Vero di stare alla larga dalla Terra, perché se non riesci a capire come girano le cose qua rimani sempre sul fondo. Vi potrò sembrare un filosofo ma non sono un cazzo di filosofo: non ho la barba, ho letto pochi libri, non ho una faccia seria e nemmeno un paio di occhiali decenti o un titolo di studio da sfoggiare in pompa magna. Ma penso di aver capito qualcosa e di avere il dovere di infondere queste intuizioni. Non verità, sia mai, tutti quelli che hanno predicato la verità hanno sempre avuto un doppio fine. O facevano il doppio gioco. O giocavano sporco. Insomma, non fidatevi di chi ha in tasca la verità, seguite piuttosto chi la cerca. Pensa, oggi sul treno ho sentito qualcuno dire che volere è volare… quanto odio questo tipo di frasi scontate! Aforismi fittizi e vuoti come: se la ami seguila fino alla follia e vai fino in fondo per scoprire quali follie lei farebbe per te. Non ho mai fatto leggere queste schittate d’inchiostro al mio amico Vero, persino io me ne vergogno. Volere è volare dicevamo: penso piuttosto che poter volare e non volerlo fare sia una mancanza non scusabile. Questo mi dispiace, perché quel poco di buono che ci è concesso non lo sfruttiamo nemmeno. Smettetela di rimpinzarvi di illusioni: i sogni servono ad andare avanti, ma non sono che l’antipasto. Siate vigili e abbiate il coraggio di vedere grigio, di guardare il bicchiere non semi pieno ma completamente vuoto. Andate a riempirlo voi o morirete di sete leccando il fondo del vetro! Vi sembra poco? Sto già parlando troppo, forse finirò nei guai. Chissà perché sto parlando ad un coniglio, probabilmente è il volto più umano che possa trovare al momento nel raggio di qualche chilometro. Forse anche lui in passato era un uomo, ora è fortunato. E’ in gabbia però, ha avuto la sventura di nascere in questi tempi: lo ingrassano tutta la vita e alla fine gli tirano il collo e lo cucinano nel burro, e se non è per mangiarlo è per divertire qualche cucciolo d’uomo depresso. Insomma gli è andata male di nuovo, magari la prossima volta rinascerà su Plutone. Lascio dormire il coniglio nella sua rassegnazione, tra poche ore sorge il sole, le sveglie suonano e i cadaveri viventi si ammucchiano nei grandi centri, urbani o commerciali, pensano poco e lavorano parecchio, poi tornano nelle loro tane. Andrà avanti così finché vorranno gli Dei, loro si divertono molto a osservarci.

venerdì 11 febbraio 2011

Foibe, tra storia e ricordo

Mi vergogno delle polemiche che si sollevano ogni anno sul tema delle foibe e dell’esodo istro-veneto dalle terre “al di là dell’acqua” avvenuto nella seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso. Sarebbe ora di smetterla, per dignità, di giocare carte politiche sulla pelle e sulle anime di migliaia di persone trucidate e centinaia di migliaia esiliate.
La storia dovrebbe offrirci la possibilità di capire il presente attraverso il passato e invece spesso, troppo spesso, soprattutto in ambito moderno-contemporaneo, diventa occasione di sfruttamento per fini poco nobili.
Analizzare la tragedia delle foibe da un punto di vista storico significa partire dalle cause scatenanti, passando attraverso le responsabilità dei carnefici e le sofferenze delle vittime, giungendo così a trarne un insegnamento che possa arricchirci culturalmente e personalmente, oltre a contribuire nella ricerca di una soluzione alla situazione che, da sessant’anni a questa parte, si è venuta a creare nella zona interessata.
Ricordare le foibe vuol dire fare informazione storica - noto con amarezza come per molti queste siano solamente un fenomeno geologico e per altri nemmeno quello - spiegare cosa sono, da chi e come sono state utilizzate e quali le cause e gli effetti storici nonché geopolitici che le hanno accompagnate. Non può risultare slegato dal discorso un quadro sulla situazione istriana e dalmata, il cui suolo è stato teatro dell’accanimento dei due fronti: da una parte il comportamento arrogante e colpevole assunto dall’Italia dagli anni ’20 in poi - con l’italianizzazione forzata nei confronti di veneti e slavi e le conseguenti persecuzioni verso i dissidenti, fino ad arrivare alla connivenza con la Jugoslavia dei politici del dopo guerra, Togliatti e De Gasperi per non fare nomi - dall’altra le efferatezze perpetrate dalle truppe jugoslave di Tito sui vinti.
Poi assistiamo allo squallido rimbalzo delle responsabilità: slavi e comunisti additano come invasori e colpevoli di atti barbarici - giustificando i propri - gli italiani e i fascisti; a loro volta questi mettono in luce solamente le colpe degli altri rivendicando le proprie pretese sulle terre adriatiche sottratte dalla “vittoria mutilata”. Tesi sostenuta da pochi è quella che vede nel colpevole l’esasperato nazionalismo di entrambe le parti in gioco. Un nazionalismo artificioso e di stampo tardo-ottocentesco che oggi non ha più ragione di esistere (la Jugoslavia si è frammentata, l’Italia non ancora) ha portato rancore e distruzione in una terra in cui da secoli popolazioni di diverse radici, dagli illiri agli austriaci passando per slavi e veneti, hanno saputo convivere serenamente.
Il divario tra le componenti etniche è scattato come una miccia incontrollabile nel momento in cui quella terra doveva essere italiana o jugoslava: ovvero, in entrambi i casi, diventare parte di qualcosa a cui non apparteneva. Semplicemente l’Istria era Istria e la Dalmazia Dalmazia, al di là di come la potessero pensare in Italia o in Jugoslavia. Da questa lezione storica risulta chiaro che l’imposizione forzata di un’identità artificiale che non tenga conto di quelle vere pre-esistenti non può portare che scompiglio se va bene ed eccidi efferati quando la situazione precipita.
Agli infoibati, agli esuli e a tutte le vittime di questa tragedia va il nostro silenzioso compianto. Per loro e per noi stessi manteniamo vivo il ricordo, nel lutto e nella consapevolezza, perché il sangue versato e i soprusi subìti non siano vani né dimenticati.

venerdì 28 gennaio 2011

Verità e storia

Essendo dall’anno 2000 ricorrenza ufficiale per lo Stato italiano e dal 2005 celebrato anche da altri stati compreso l’ONU, mi sembra il periodo giusto per parlarne. Di cosa? Ma naturalmente di uno di quei pochi avvenimenti che per essere ricordato non ha uno, bensì tre nomi propri. Il più emblematico tuttavia è “Memoria”, con quella lettera maiuscola che suona come una beffa verso le altre memorie, quelle di seconda classe.
Ma è importante focalizzare l’attenzione sul termine “evento”, seguito da un aggettivo altrettanto fondamentale: “storico”. Ora sappiamo che tutto ciò che riguarda la storia fa rima con ricerca, studio, analisi: insomma sostantivi che rievocano movimento ed evoluzione. Invece per trattare questo particolare avvenimento si ricorre a un ossimoro: “verità storica”. Due parole di una portata incontrollabile che cozzano e stridono tra loro fino a che una di queste, la verità, si sbarazza del suo aggettivo per diventare una verità. Assoluta.
Per fare un esempio più concreto, il 24 gennaio 2011, sul tema delle leggi contro il negazionismo, il presidente della comunità ebraica di Roma ha asserito senza mezzi termini che affermare che l'Olocausto non sia avvenuto è “un gesto stupido, immensamente riprovevole e simile a chi sostiene che la Terra è piatta.”
Chi ha un minimo a cuore la storia potrebbe non reggere il peso di una simile dichiarazione. Eppure essa dà il metro dell’assurdità di chi porta avanti retorica e demagogia su un piano storico. Vogliamo la verità? Esigiamo dibattiti con tanto di controparte, documentazioni di ogni sorta e nessuna propaganda. Abbiamo il diritto di sapere come è andata la storia, di sentire l’opinione di tutti, a costo di sentirci dire cose a nostro dire sgradevoli - questa e non altro è la libertà di espressione.
L’immobilismo, le leggi anti revisionismo e le versioni ufficiali non aiutano per nulla a scavare a fondo la verità che noi acclamiamo a gran voce. Chiediamo che non venga etichettato come pazzo o nemico pubblico chi espone e argomenta tesi storiche: in quanto parte della storia pretendiamo di avere voce in capitolo sull’argomento. Perché se avessimo seguito la strada della censura, cari signori, saremmo ancora convinti di vivere sopra a un disco. Piatto.
"La verità vi farà liberi, la menzogna credenti. Perché la menzogna ha un fascino segreto e un potere invincibile sugli animi: si accredita con l’opinione, si afferma e si consolida con l’uso, assume tutte le apparenze della verità, presto o tardi giungerà a sottomettervi e acquisterà sugli animi un dominio indistruttibile."
Immagine: La verità e la menzogna, 1490

La sfida


Faceva freddo nella grotta. Davanti a me si ergevano i sette demoni della cupidigia, pronti a sbranare ogni brandello della mia anima. Mi sentivo debole e abbandonato. Aspettai che mi rivolgessero la parola.

Per prima cosa mi chiesero di rinnegare le mie origini e rinunciare ad ogni identità. Poi mi offrirono generose ricompense per mutilare la lotta, firmare la resa, regalare la vittoria. Mi fecero capire che non aveva più senso andare avanti, che la mia era una folle lotta contro i mulini a vento. Sbavavano e sorridevano compiaciuti, sicuri di sé e della mia risposta. Tremante alzai la testa. Li guardai uno ad uno negli occhi, strinsi i denti e urlai guai! Guai a colui che rinnega e al vile che retrocede. Ho promesso! Ho giurato che questa spada non conoscerà tregua fino a che non avrò abbattuto anche l’ultimo dei vostri mulini a vento. Voi mi siete testimoni.

Detto ciò uscii, barcollando per lo sforzo, verso la luce. Ero consapevole che quel gesto mi avrebbe condannato per sempre. Sorrisi, perchè in realtà dentro di me sapevo che quella era la mia strada.
Immagine: Dante, La Divina Commedia, Inferno XXI v. 72 "Nessun di voi sia fello!"

martedì 11 gennaio 2011

Il Fiume

- Perché continui a camminare?
- Non posso farne a meno. Puoi pensare a un fiume immobile? A un ponte statico? L’uomo è fatto per attraversare il suo ponte, navigare lungo il suo fiume. Penso che il fiume sia però la metafora più adatta: siamo abituati a pensare al ponte come opera ingegneristica umana, mentre la vita sarebbe troppo complicata per essere architettata da un bipede del nostro genere.
- Quindi questa vita è un fiume?
- Esatto. E’ il fiume che navighiamo se, per volontà nostra, non decidiamo di affogarci prima.
- Spiegami, ti ascolto.
- Tutti noi nasciamo nel più profondo entroterra, in una foresta che riecheggia di primitivo, caratteristica che, concorderai con me, è imprescindibile nel neonato.
- Non vedo come disapprovare.
- Dunque, dal sottobosco di questa foresta oscura sgorga un rigagnolo: il tuffo in questo rigagnolo è il nostro impatto con la vita terrena. E’ l’inizio del viaggio, il ruscello che diventerà oceano.
- Capisco.
- Impariamo presto a nuotare, o meglio, siamo costretti a farlo. La situazione ci impone di nuotare o tornare indietro: respiriamo per non sprofondare negli abissi. La portata del fiume cresce con noi e non aspetta mai nessuno, chi non sta al passo troverà correnti più forti di lui. Non dobbiamo mai pensare che la vita sia benevola: la natura che ci ha messi al mondo non è buona né malvagia, ma indifferente. Non vede i sentimenti, non si fa trascinare dalle emozioni, non prova compassione: fa solamente rispettare le regole del gioco.
- Così la vita sarebbe un gioco?
- Sarebbe più esatto dire che il gioco è una sorta di vita. Non trovi? Tornando alla nostra metafora iniziale, dicevo che il fiume rappresenta al meglio la vita umana. Infatti non segue un unico percorso preciso e neppure c’è un punto di arrivo predestinato: un’infinità di affluenti ed effluenti, laghi e canali rendono ogni percorso unico e lasciano la possibilità al pellegrino – così chiamo l’uomo – di scegliere la sua strada. Egli deve inoltre provvedere al suo mezzo d’imbarcazione, che rovescerà e riparerà, perderà e riconquisterà, imparando dai propri errori e facendo tesoro dei suoi successi.
- La metafora calza a pennello. Tuttavia sento che manca qualcosa…
- Troppo presto vuoi sapere, allievo, come reagiranno tra loro i pellegrini. Forse la nostra stessa metafora sarebbe troppo riduttiva e inefficace al riguardo, poiché ricorda, come il gioco, anche un fiume non è altro che una piccola vita nella vita. Quello che ti ho appena ho mostrato è il percorso verticale dell’uomo, compiuto dall’anima accompagnata dal corpo. Quello del corpo accompagnato dallo spirito – il percorso orizzontale – avremo sicuramente modo di approfondirlo più avanti.
- E allora cosa accade quando ha termine il viaggio?
- Le anime, a contatto con l’acqua salata, si scindono dal corpo e si uniscono tra loro. Cosa ci sia nel fondale marino non me lo chiedere, poiché a chi sta ancora compiendo il viaggio della vita è concesso di vederne soltanto la superficie. Ascolta i miei consigli piuttosto.
- Lo farò.
- Conduci la tua navigazione con serenità e consapevolezza, timone saldo e forti remi. Non permettere mai alle inerti paludi di ancorarti, tra la ruggine, al fango della rassegnazione. Non farti trascinare dai i venti della paura ma imponi tu stesso la rotta. Fa’ in modo di essere pronto per la nuova vita quando ti tufferai nell’oceano.

Ispirazioni: Platone (Dialoghi); F. Nietzsche (“Così parlò Zarathustra”)

martedì 28 dicembre 2010

Siamo pazzi... arrendetevi!!

Era una di quelle giornate uggiose da cui non ti aspetteresti un granché. Se ne stava lì, come un coccodrillo dopo un pasto, il nostro Vate, uomo dai mille pensieri. Davanti al suo piccolo naso da segugio un pubblico che, in una giornata di sole, avresti definito epocale.
Sedevano a due a due le coppie più incredibili. Formavano un ferro di cavallo e ognuno dava le spalle a chi lo seguiva. Li aveva radunati proprio tutti.
C’erano Michael Jackson e Giulio Cesare, Erwin Rommel e Gesù Cristo, Sigmund Freud e Nelson Mandela, Maria de Filippi e Winston Churchill (quest’ultimo pareva infastidito per via del suo abbinamento). Verso la finestra si era appollaiato Anubi, di fianco a Pamela Anderson, più indietro scalpitavano sui banchi Dj Francesco e Marco Pannella, che si divertiva a nascondere la merenda a Muzio Scevola, in coppia con un improbabile John Holmes. E ce n’erano tanti altri, ma non avrei l’animo di nominarli tutti quanti.
Era uno spettacolo affascinante, una diatriba crescente tra caos e pazzia, una galassia di assurdità in una sola stanza. Torturava i capelli canuti con una mano e con l’altra segnava gli assenti... “E’ ancora malato Maometto?”. Diede un colpo al microfono: silenzio e riverenza da parte di tutti. Si alzò e parve più basso di prima. Si affrettò a sedersi nuovamente. Alzò le mani, imprecò in una lingua che non esiterei a definire curvilinea, si schiarì la voce e bevve uno strano intruglio di viscere di lonza.
Attimi interminabili di silenzio. Qualcuno tremava. Dal cielo presero a piovere panettoni senza canditi e una banda di automobilisti sfrecciò intorno all’edificio. Un megafono gracchiava a ripetizione: “Arrendetevi, siamo pazzi!”
Il Vate chiese gentilmente a Iva Zanicchi di chiudere la finestra, dopo di che ripiombò il silenzio. Sfilò dalla tasca destra dei pantaloni un piccolo libricino nero, lo pulì dalla cenere, aprì le braccia al cielo come farebbe profeta e tuonò con parole che riecheggiavano nell’aria: «In chiunque sa ben vedere, resterà solo dello stupore nell’accorgersi come si sia creduto di scardinare il mondo borghese affermando proprio le istanze che lo hanno univocamente consolidato!».
Applausi, lacrime, bestemmie.
Marinetti prese a strombazzare il clacson di un tir: piangeva per la commozione. Jo Squillo e Adolf Hitler aprirono uno striscione da stadio: “Il pensiero che si fa azione!”. Paolo villaggio gridava entusiasta: “Più archibugi meno accademie!”. Era il tripudio.
Vittorio Sgarbi se ne venne fuori con un “Andate a lavorare, capre!”. Mishima fu onorato di aiutarlo a compiere il Seppuku. “Vincere! Festeggiare! Trebbiare, per Ercole!” strepitava Mussolini, visibilmente ubriaco. “Momento, momento, momento, momento, momento! Vate, questo non è il mio bicchiere del Che!” Faceva giustamente notare Castro. A Marco Carta venne la pessima idea di cantare: D’Annunzio lo assassinò brutalmente col modellino di un Mas. Ahmadinejad approfittò del momento per strangolare Bush con un’anguilla: l'ex presidente invocò l’aiuto delle Nazioni Unite, che però erano in bagno e si erano perse tutto lo spettacolo.
“Diocàn, bisogna darghe!” apostrofava un ragazzo fuori dal corridoio: Ratzinger lo rincorse fino al bar per esorcizzarlo. “Azione!” bofonchiava Alessandro Magno. “Passione!” ribatteva Shakespeare. “La mia razione!” pretendeva con forza un soldato prussiano. “Detonazione!” insisteva Marinetti. “Castrazione!” annotava compiaciuto Calderoli. “Per Giunone!” Esclamava Caligola. “Cicerone?!” sussurrava incredulo Nerone. Quell’altro: “Nerone!”. “Precipitazione!” illustrava Giuliacci. Sembrava allarmato Homer Simpson: “Ispezione!”. “Salvazione!” predicava il Cristo. “Annientazione!” rincarava Nietzsche. “L’hanno già detto rivoluzione?” la tentava il Che. Mosconi: “Mi g’ho de far colazione!”. “Contro il sistema, contro il sistema…” non arretrava di un centimetro il Vate.
Immagine: Rissa in Galleria, Umberto Boccioni, 1910

lunedì 22 novembre 2010

Non Mihi Domine

Non ho un padrone. Così ho voluto scrivere all’ingresso della gabbia di Tiberio, criceto russo di razza Winter White Pearl. Tiberio è imprigionato, in apparenza. Le sue azioni sono limitate spazialmente dalle sbarre che lo circoscrivono. Tutto vero, eppure vi dico che è più libero di molti di noi.
Noi uomini del 2010 possiamo prendere un aereo e arrivare all’altra estremità del globo in meno di un giorno: tuttavia siamo schiavi dei mezzi che abbiamo inventato, siamo dipendenti dal petrolio come dall’ossigeno. Abbiamo la facoltà di girare il mondo, trasferirci, prendere residenze, andare in vacanza, ma non sappiamo instaurare un rapporto equilibrato con l’ambiente in cui viviamo ogni giorno. Possiamo inviare e ricevere informazioni da una parte all’altra dell’oceano in una frazione di secondo, senza riuscire più a comunicare con il nostro vicino. Possiamo sapere quello che succede, ovunque e 24 ore su 24, ma non riusciamo a renderci indipendenti dalla TV, a riunirci spontaneamente per rivendicare di persona le nostre volontà senza aspettare che qualche politicante incravattato lo faccia per noi.
Dal canto suo un criceto ha un raggio d’azione di mezzo metro scarso ed è circondato da sbarre di metallo che non può valicare. Possiamo però dire che sia schiavo? Schiavo di chi e di cosa? Egli è solamente in cattività, vincolato da una forza superiore è di per sé è libero. Prigioniero è colui che è costretto e limitato da altri, schiavo invece chi si incatena da solo.
Schiavi, oggi un criceto vi ha insegnato qualcosa: la gabbia peggiore è quella nella quale non sappiamo di vivere.
"Schiavo è chi aspetta qualcuno che venga a liberarlo." Ezra Pound

sabato 20 novembre 2010

Processo all’uomo

Ho deciso di mettere sotto processo l’uomo, o quel che ne rimane.
Egli, esso, è accusato di non aver gelosamente custodito ciò che gli è stato tramandato.
Uomini! Metto sotto processo la vostra dignità, che, come qualcosa di usa e getta, una volta spremuta avete pensato di buttare. Chiamo in causa la parola, che, se vale come l’uomo, possiamo tranquillamente dirlo, non esiste più.
Vi accuso di tradimento, verso gli avi e verso i figli. Vi accuso di materialismo ed egoismo: terrificante paradosso, il nulla eterno vi inghiottirà mentre conterete il vostro denaro! Incarcerati nel vostro individualismo, non potrete che chiudere gli occhi nell’indifferenza, lasciando che il mondo vi divori inermi nel caos.
Sarete condannati da voi stessi, dalla vostra coscienza stuprata e dal vostro spirito trascurato. Condannati dal vostro corpo malato, infiacchito dall’inerzia e corroso dall’apparenza.
Sarete voi allo stesso tempo gli imputati, l’accusa, la difesa e i testimoni del processo. La vostra giuria, l’imparziale ed inflessibile storia.
Vi metto sotto processo, uomini. Vi vedrò inesorabilmente sbranati dalla vostra coscienza. Non proverete dolore, forse nemmeno rimorso, ma solo un perenne, noto e nauseante senso di rassegnazione. Uomini, il verdetto è prossimo.

domenica 3 ottobre 2010

Le quattro regole dello Storico


Da www.storiainrete.com

La Storia non è nè una religione né una morale
Lo storico non ha il compito di esaltare o di condannare: lo storico spiega.


La Storia non è schiava dell’attualità
Lo storico non applica al passato schemi ideologici attuali e non introduce negli avvenimenti del passato la sensibilità d’oggi.

La Storia non è Memoria
Lo storico, con un approccio scientifico, raccoglie i ricordi degli uomini, li confronta, li mette in relazione con i documenti, con gli oggetti, con le prove, e stabilisce i fatti. La Storia tiene conto della memoria ma non si riduce ad essa.

La Storia non è un oggetto giuridico
Non spetta né al Parlamento né all’autorità giudiziaria definire la verità storica. La politica dello Stato non è la politica della Storia.

martedì 7 settembre 2010

Punti di vista

Della serie: quando le parole degli altri sono più efficaci delle nostre.
Questo messaggio mi è arrivato in privato sul canale di Youtube, dopo una discussione su un video riguardante l'immigrazione. Il soggetto in questione potrebbe essere il vostro vicino di casa, il vostro compagno di classe, il vostro collega, il kebabbaro da cui vi rifocillate nella pausa pranzo. Riporto il testo così com'è, leggetelo tutto d'un fiato.

"Sono uno di colore, si un negro!
e allora senti qui:

io compero la tua pizzeria fallita, in contanti, e ci faccio 2 kebap e tu vieni a mangiare da me, con le pezze al culo, poi invado un quartiere della tua città, tu hai paura e non ci entri, poi mi prendo la casa che a te non daranno nemmeno dopo 15 anni di graduatoria, poi dico "a" e tu devi togliere il crocifisso con il cadavere dalle scuole, poi tuo figlio è l'unico bianco in classe, il diverso alla fine è lui, poi me la rido al pensiero che tua mamma a paura ad andare in giro perchè ci sono "gli immigrati", poi mi scopo tua sorella, che si converte e tu devi stare muto. poi apro una moschea, con i tuoi soldi, e tu devi stare muto, poi ti prendo per il culo in faccia e tu non capisci un cazzo perché sei una capra, poi apro 2000 negozi etnici e tu devi stare muto e subire, poi, sempre con i tuoi soldi, apro 300 associazioni pro-integrazione, poi mi prendo le tue strade e ci faccio i mercati, poi ti prendo il lavoro, perchè i tuoi compaesani preferiscono me, che costo meno e lavoro di +, poi vado in banca e mi danno il prestito che a te non daranno mai, poi ti osservo mentre vieni in vacanza nel mio paese perchè qui ti pelano e il mare fa cacare, poi mi metto in proprio e ti porto via il lavoro, poi torno al mio paese e, sempre con i tuoi soldi, mi espando e compero 3 hotel sulla spiaggia bianca, poi invado il mercato con i miei prodotti e ti riduco alla fame, poi apro 4000 macellerie islamiche con i fondi messi a disposizione dalla comunità europea (SEMPRE I TUOI SOLDI) e le tue macellerie chiudono, poi parlo la tua lingua meglio di te e quello tagliato fuori sei tu,poi faccio 8 figli mentre tu hai paura a farne 1, poi i miei figli faranno quello che ho fatto io, ma x 8, che diventerà x 16, x 32, x 64 e via dicendo..

Poi alla fine, ma solo alla fine, me la rido rotolandomi a terra al pensiero che tu rosichi per tutto questo e non ci puoi fare un cazzo e DEVI SUBIRE IN SILENZIO.
Sai che come puoi vedere intorno a te è TUTTO VERO, no?
SIETE UNA RAZZA IN ESTINZIONE, BIANCHI DEL CAZZO."