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martedì 28 dicembre 2010

Siamo pazzi... arrendetevi!!

Era una di quelle giornate uggiose da cui non ti aspetteresti un granché. Se ne stava lì, come un coccodrillo dopo un pasto, il nostro Vate, uomo dai mille pensieri. Davanti al suo piccolo naso da segugio un pubblico che, in una giornata di sole, avresti definito epocale.
Sedevano a due a due le coppie più incredibili. Formavano un ferro di cavallo e ognuno dava le spalle a chi lo seguiva. Li aveva radunati proprio tutti.
C’erano Michael Jackson e Giulio Cesare, Erwin Rommel e Gesù Cristo, Sigmund Freud e Nelson Mandela, Maria de Filippi e Winston Churchill (quest’ultimo pareva infastidito per via del suo abbinamento). Verso la finestra si era appollaiato Anubi, di fianco a Pamela Anderson, più indietro scalpitavano sui banchi Dj Francesco e Marco Pannella, che si divertiva a nascondere la merenda a Muzio Scevola, in coppia con un improbabile John Holmes. E ce n’erano tanti altri, ma non avrei l’animo di nominarli tutti quanti.
Era uno spettacolo affascinante, una diatriba crescente tra caos e pazzia, una galassia di assurdità in una sola stanza. Torturava i capelli canuti con una mano e con l’altra segnava gli assenti... “E’ ancora malato Maometto?”. Diede un colpo al microfono: silenzio e riverenza da parte di tutti. Si alzò e parve più basso di prima. Si affrettò a sedersi nuovamente. Alzò le mani, imprecò in una lingua che non esiterei a definire curvilinea, si schiarì la voce e bevve uno strano intruglio di viscere di lonza.
Attimi interminabili di silenzio. Qualcuno tremava. Dal cielo presero a piovere panettoni senza canditi e una banda di automobilisti sfrecciò intorno all’edificio. Un megafono gracchiava a ripetizione: “Arrendetevi, siamo pazzi!”
Il Vate chiese gentilmente a Iva Zanicchi di chiudere la finestra, dopo di che ripiombò il silenzio. Sfilò dalla tasca destra dei pantaloni un piccolo libricino nero, lo pulì dalla cenere, aprì le braccia al cielo come farebbe profeta e tuonò con parole che riecheggiavano nell’aria: «In chiunque sa ben vedere, resterà solo dello stupore nell’accorgersi come si sia creduto di scardinare il mondo borghese affermando proprio le istanze che lo hanno univocamente consolidato!».
Applausi, lacrime, bestemmie.
Marinetti prese a strombazzare il clacson di un tir: piangeva per la commozione. Jo Squillo e Adolf Hitler aprirono uno striscione da stadio: “Il pensiero che si fa azione!”. Paolo villaggio gridava entusiasta: “Più archibugi meno accademie!”. Era il tripudio.
Vittorio Sgarbi se ne venne fuori con un “Andate a lavorare, capre!”. Mishima fu onorato di aiutarlo a compiere il Seppuku. “Vincere! Festeggiare! Trebbiare, per Ercole!” strepitava Mussolini, visibilmente ubriaco. “Momento, momento, momento, momento, momento! Vate, questo non è il mio bicchiere del Che!” Faceva giustamente notare Castro. A Marco Carta venne la pessima idea di cantare: D’Annunzio lo assassinò brutalmente col modellino di un Mas. Ahmadinejad approfittò del momento per strangolare Bush con un’anguilla: l'ex presidente invocò l’aiuto delle Nazioni Unite, che però erano in bagno e si erano perse tutto lo spettacolo.
“Diocàn, bisogna darghe!” apostrofava un ragazzo fuori dal corridoio: Ratzinger lo rincorse fino al bar per esorcizzarlo. “Azione!” bofonchiava Alessandro Magno. “Passione!” ribatteva Shakespeare. “La mia razione!” pretendeva con forza un soldato prussiano. “Detonazione!” insisteva Marinetti. “Castrazione!” annotava compiaciuto Calderoli. “Per Giunone!” Esclamava Caligola. “Cicerone?!” sussurrava incredulo Nerone. Quell’altro: “Nerone!”. “Precipitazione!” illustrava Giuliacci. Sembrava allarmato Homer Simpson: “Ispezione!”. “Salvazione!” predicava il Cristo. “Annientazione!” rincarava Nietzsche. “L’hanno già detto rivoluzione?” la tentava il Che. Mosconi: “Mi g’ho de far colazione!”. “Contro il sistema, contro il sistema…” non arretrava di un centimetro il Vate.
Immagine: Rissa in Galleria, Umberto Boccioni, 1910

lunedì 22 novembre 2010

Non Mihi Domine

Non ho un padrone. Così ho voluto scrivere all’ingresso della gabbia di Tiberio, criceto russo di razza Winter White Pearl. Tiberio è imprigionato, in apparenza. Le sue azioni sono limitate spazialmente dalle sbarre che lo circoscrivono. Tutto vero, eppure vi dico che è più libero di molti di noi.
Noi uomini del 2010 possiamo prendere un aereo e arrivare all’altra estremità del globo in meno di un giorno: tuttavia siamo schiavi dei mezzi che abbiamo inventato, siamo dipendenti dal petrolio come dall’ossigeno. Abbiamo la facoltà di girare il mondo, trasferirci, prendere residenze, andare in vacanza, ma non sappiamo instaurare un rapporto equilibrato con l’ambiente in cui viviamo ogni giorno. Possiamo inviare e ricevere informazioni da una parte all’altra dell’oceano in una frazione di secondo, senza riuscire più a comunicare con il nostro vicino. Possiamo sapere quello che succede, ovunque e 24 ore su 24, ma non riusciamo a renderci indipendenti dalla TV, a riunirci spontaneamente per rivendicare di persona le nostre volontà senza aspettare che qualche politicante incravattato lo faccia per noi.
Dal canto suo un criceto ha un raggio d’azione di mezzo metro scarso ed è circondato da sbarre di metallo che non può valicare. Possiamo però dire che sia schiavo? Schiavo di chi e di cosa? Egli è solamente in cattività, vincolato da una forza superiore è di per sé è libero. Prigioniero è colui che è costretto e limitato da altri, schiavo invece chi si incatena da solo.
Schiavi, oggi un criceto vi ha insegnato qualcosa: la gabbia peggiore è quella nella quale non sappiamo di vivere.
"Schiavo è chi aspetta qualcuno che venga a liberarlo." Ezra Pound

sabato 20 novembre 2010

Processo all’uomo

Ho deciso di mettere sotto processo l’uomo, o quel che ne rimane.
Egli, esso, è accusato di non aver gelosamente custodito ciò che gli è stato tramandato.
Uomini! Metto sotto processo la vostra dignità, che, come qualcosa di usa e getta, una volta spremuta avete pensato di buttare. Chiamo in causa la parola, che, se vale come l’uomo, possiamo tranquillamente dirlo, non esiste più.
Vi accuso di tradimento, verso gli avi e verso i figli. Vi accuso di materialismo ed egoismo: terrificante paradosso, il nulla eterno vi inghiottirà mentre conterete il vostro denaro! Incarcerati nel vostro individualismo, non potrete che chiudere gli occhi nell’indifferenza, lasciando che il mondo vi divori inermi nel caos.
Sarete condannati da voi stessi, dalla vostra coscienza stuprata e dal vostro spirito trascurato. Condannati dal vostro corpo malato, infiacchito dall’inerzia e corroso dall’apparenza.
Sarete voi allo stesso tempo gli imputati, l’accusa, la difesa e i testimoni del processo. La vostra giuria, l’imparziale ed inflessibile storia.
Vi metto sotto processo, uomini. Vi vedrò inesorabilmente sbranati dalla vostra coscienza. Non proverete dolore, forse nemmeno rimorso, ma solo un perenne, noto e nauseante senso di rassegnazione. Uomini, il verdetto è prossimo.

domenica 3 ottobre 2010

Le quattro regole dello Storico


Da www.storiainrete.com

La Storia non è nè una religione né una morale
Lo storico non ha il compito di esaltare o di condannare: lo storico spiega.


La Storia non è schiava dell’attualità
Lo storico non applica al passato schemi ideologici attuali e non introduce negli avvenimenti del passato la sensibilità d’oggi.

La Storia non è Memoria
Lo storico, con un approccio scientifico, raccoglie i ricordi degli uomini, li confronta, li mette in relazione con i documenti, con gli oggetti, con le prove, e stabilisce i fatti. La Storia tiene conto della memoria ma non si riduce ad essa.

La Storia non è un oggetto giuridico
Non spetta né al Parlamento né all’autorità giudiziaria definire la verità storica. La politica dello Stato non è la politica della Storia.

martedì 7 settembre 2010

Punti di vista

Della serie: quando le parole degli altri sono più efficaci delle nostre.
Questo messaggio mi è arrivato in privato sul canale di Youtube, dopo una discussione su un video riguardante l'immigrazione. Il soggetto in questione potrebbe essere il vostro vicino di casa, il vostro compagno di classe, il vostro collega, il kebabbaro da cui vi rifocillate nella pausa pranzo. Riporto il testo così com'è, leggetelo tutto d'un fiato.

"Sono uno di colore, si un negro!
e allora senti qui:

io compero la tua pizzeria fallita, in contanti, e ci faccio 2 kebap e tu vieni a mangiare da me, con le pezze al culo, poi invado un quartiere della tua città, tu hai paura e non ci entri, poi mi prendo la casa che a te non daranno nemmeno dopo 15 anni di graduatoria, poi dico "a" e tu devi togliere il crocifisso con il cadavere dalle scuole, poi tuo figlio è l'unico bianco in classe, il diverso alla fine è lui, poi me la rido al pensiero che tua mamma a paura ad andare in giro perchè ci sono "gli immigrati", poi mi scopo tua sorella, che si converte e tu devi stare muto. poi apro una moschea, con i tuoi soldi, e tu devi stare muto, poi ti prendo per il culo in faccia e tu non capisci un cazzo perché sei una capra, poi apro 2000 negozi etnici e tu devi stare muto e subire, poi, sempre con i tuoi soldi, apro 300 associazioni pro-integrazione, poi mi prendo le tue strade e ci faccio i mercati, poi ti prendo il lavoro, perchè i tuoi compaesani preferiscono me, che costo meno e lavoro di +, poi vado in banca e mi danno il prestito che a te non daranno mai, poi ti osservo mentre vieni in vacanza nel mio paese perchè qui ti pelano e il mare fa cacare, poi mi metto in proprio e ti porto via il lavoro, poi torno al mio paese e, sempre con i tuoi soldi, mi espando e compero 3 hotel sulla spiaggia bianca, poi invado il mercato con i miei prodotti e ti riduco alla fame, poi apro 4000 macellerie islamiche con i fondi messi a disposizione dalla comunità europea (SEMPRE I TUOI SOLDI) e le tue macellerie chiudono, poi parlo la tua lingua meglio di te e quello tagliato fuori sei tu,poi faccio 8 figli mentre tu hai paura a farne 1, poi i miei figli faranno quello che ho fatto io, ma x 8, che diventerà x 16, x 32, x 64 e via dicendo..

Poi alla fine, ma solo alla fine, me la rido rotolandomi a terra al pensiero che tu rosichi per tutto questo e non ci puoi fare un cazzo e DEVI SUBIRE IN SILENZIO.
Sai che come puoi vedere intorno a te è TUTTO VERO, no?
SIETE UNA RAZZA IN ESTINZIONE, BIANCHI DEL CAZZO."

domenica 4 luglio 2010

Paghiamo tre volte lo stesso servizio



E’ proprio vero che talvolta i fatti quotidiani, anche i più irrilevanti, ci inducono a riflessioni approfondite. Mi è capitato alcuni giorni fa, quando mi è stata gentilmente infilata sotto il tergicristallo una multa di divieto di sosta per aver parcheggiato sulle strisce blu senza esporre il tagliando di pagamento.

Partendo dal presupposto che per un servizio che noi cittadini già paghiamo con le tasse non dovrebbe essere richiesto un secondo pagamento, ci sono altre considerazioni che rendono ancora più vergognoso il fenomeno, al di là dei 38,00 euro di sanzione.

La multa è stata infati emessa, con orario stampato e certificato, tre minuti dopo il parcheggio abusivo. Questo può solo significare che in quel luogo era presente un agente del traffico con il compito di sorvegliare solamente la zona interessta, di 20 posteggi complessivi circa. La teoria dell’“agente ad hoc” mi è stata confermata anche da espereinze dirette di altre persone e dall’osservazione pratica del comportamento dei dipendenti comunali nelle zone a pagamento, specialmente nei dintorni della stazione.

Arriviamo senza troppe difficoltà alla conclusione che il ricavato tintinnante e luccicante che finisce nei parchimetri ad altro non serve che a pagare il salario di chi li sorveglia con attenzione. Dunque dov’è il guadagno? E’ nelle multe, nelle sanzioni scaricate sui più distratti o frettolosi, che servono a rimpinguare le sempre più vuote casse del Comune.

Questo vergognoso sistema si inserisce in un contesto ancora più grave: quello dello Stato italiano. Quest’ultimo, dopo aver incassato senza troppi complimenti le tasse dei lombardi, che non solo pagano tre volte rispetto a Calabria e Campania (ad esempio), ma ricevono anche meno dallo Stato rispetto ai cittadini del basso stivale italico. Il risultato è che le casse comunali bresciane piangono miseria e il Comune è costretto a ricorrerre a due stratagemmi per far quadrare i bilanci: costruire e appaltare senza ritegno, rendendo edificabili i suoi terreni e rovinando l’ambiente, oppure sfruttare il sistema geniale delle multe. E’ questa la situazione che fa al caso nostro.

Dopo questa righe mi chiedo quindi perchè io possa riflettere tranquillamente su queste tematiche, andando alla ricerca di possibili cause e soluzioni, mentre fior di laureati, intellettualoidi e professoroni non vi prestano o non vi vogliono prestare attenzione e, quando si trovano davanti al parchimetro, inseriscono una ad una le loro monete senza fiatare. E se poi arriva una multa ogni tanto la pagano sospirando come hanno sempre fatto.

Ma suvvia cosa importa, nel frattempo è morto 'O guerriero Taricone e il premier ha fatto alcune battute osè sulle cameriere brasiliane. I bresciani per un po’ avranno qualcosa di "veramente importante" con cui distrarsi.

lunedì 28 giugno 2010

Ode alla storia



Nulla al mondo come la storia offre riparo dalla corruzione presente, nient’altro è così rassicurante, così pedagogico.

Non stiamo parlando di una macchina arrugginita, né di una fotografia sbiadita, tantomeno di una scienza sistematica o di fumo teoretico. Abbiamo d’innanzi a noi il bagaglio dell’Uomo. Un bagaglio di cultura, esperienze, errori, ingiustizie, glorie, disfatte, sangue, nascite, tradimenti e sacrifici.

Nata e nutrita dall’Uomo, essa sopravvive per l’Uomo e morirà solo con l’Uomo.

Se, sfogliando un album fotografico della nostra infanzia, ci capita di commuoverci, dobbiamo tanto più emozionarci davanti ai ricordi della nostra vita storica: un arco romano, una cattedrale gotica, la falange di Alessandro, il sacrificio di Leonida, le caravelle di Colombo, un aforisma di Cicerone, un soldato che parte per il fronte.

La storia è la pratica più genuina che i nostri avi ci abbiano consegnato: attraverso essa possiamo sognare, meditare, imparare, rivivere. Dev'essere quindi un dovere per noi studiarla, interiorizzarla e addirittura venerarla.

Poichè per quanto possa essere profonda, ogni altra dottrina tralascia un aspetto umano che è proprio solamente della storia: la conciliazione del singolo uomo, preso nella sua durata di nemmeno cent’anni, con i suoi predecessori, contemporanei e posteri, in un’unica vita che è durata millenni e che oggi, grazie a noi, sopravvive.

Regina tra le virtù, la storia non si limita ai dettagli degli uomini, essa è rivolta alla vita dell’Uomo.

giovedì 24 giugno 2010

venerdì 28 maggio 2010

Discorso alle truppe



Quello che segue è il discorso alle truppe tenuto il 30 dicembre 1944 dal comandante tedesco Kurt Meyer della 9ª SS-Panzerdivision Hohenstaufen, confluita nel 1° Panzerkorps SS durante l’offensiva delle Ardenne.

Pur prendendo spunto da un episodio storico reale, la situazione è volutamente fittizia (Meyer, in realtà comandante della 12ª SS-Panzerdivsion Hitlerjugend, era stato catturato dai partigiani belgi prima dell’offensiva), a sottolineare l’irrilevanza della precisione storica particolare di fronte al significato universale delle parole.

“Soldati! O dovrei forse dire Camerati! Amici! Fratelli!

Se saremo sfortunati, su queste alture, in queste fredde giornate di inverno, finiremo tutti quanti a marcire in una fossa e i vermi ci divoreranno il fegato. Ma, in questi momenti decisivi, non crediate nell’esistenza di una vita ultraterrena: siatene assolutamente certi. I nostri busti mutilati dai cannoni nemici, i ventri falciati dalle mitragliatrici inglesi, gli arti stritolati tra il terreno e i carri americani: non saranno che solletico per noi. Noi, soldati e camerati prima che uomini. Noi che vivremo pienamente anche dopo la morte.

Nulla di ciò che è puramente materiale vivrà insieme a noi: non le case bombardate, né i possedimenti o le ricchezze; nemmeno i titoli sociali, gli effetti personali o i cinquanta grammi di pane nero che ci spettano a giornata. Ciò che attraverserà l’abisso fatale della morte saranno le bandiere, le insegne, le mostrine, le armi ancora calde per la battaglia e l’aquila indomita che portiamo sul petto. Nient’altro. Sopravvive infatti alla morte solo ciò che trascende la materia, che è sintesi di gloria e onore, fedeltà e sacrificio.

Ripenso alla nostra impresa e sono sempre più convinto di essere nel giusto. Qualcuno però ci ha definiti esaltati, pazzi, assassini, squilibrati, violenti, criminali. Altri ci etichettano tutt’ora come folli, kamikaze di una guerra perduta. Altri ancora, o forse sempre gli stessi, dopo la nostra morte ci chiameranno vittime inconsapevoli, burattini, servi dei signori della guerra. La verità, amici, è che tutti questi intellettualoidi, questi pennivendoli e voltabandiera non ci conoscono. Essi rimangono comodamente seduti sui guanciali rigonfi delle loro poltrone, prostrati su scrivanie d’avorio levigato guadagnate vendendo menzogne. Loro non sono in piedi con noi oggi.

Noi, ognuno con la propria storia, con le proprie motivazioni, i propri principi, ideali, paure e sogni. Noi, manipolo di volontari, ultimi cavalieri del coraggio, fieri eredi di sangue e storia gloriosi. Noi figli, fratelli, padri e sposi della Patria.

Una guerra perduta… Ho davanti ai miei occhi duecento uomini in piedi, forti, giovani, arditi. Duecento divise armate davanti a me e un caldo sole di mezzogiorno sulla testa. Guerra perduta? Non vedo la sconfitta nemmeno nel cielo.

Lo sbarco è compiuto e con la presa di Parigi la strada è ora spianata, dicono. Non hanno fatto i conti con gli MG42, gli MP44, col filo spinato, le granate, i Panzer, i muscoli e i pugnali tedeschi. Siamo sulle Ardenne e non alle Termopoli, siamo duecento e non trecento, ma le gesta degli Spartani di Leonida riecheggiano come tuoni nelle nostre menti. La storia non aspetta altro che un’altra impresa gloriosa da annoverare tra le sue pagine sempiterne. Quest’oggi, camerati, la accontenteremo.

I nostri nemici ci sottovalutano: sapremo trarre forza da questa loro arrogante leggerezza. Credono forse di essere in crociera sul Missisipi o sul Tamigi? Presto capiranno che siamo nati tra le onde irrequiete del Danubio e del Reno. La miglior difesa è nell’attacco, ce lo ha insegnato lo stesso Führer: non ci resta che seguirlo.

Respirate fino all’estremo momento il sapore della natura. Possiate trovare, tra questi colli europei, la forza per non cedere mai di fronte al nemico. E nei momenti difficili, fratelli, ricordate di volgere sempre lo sguardo verso il cielo: è lassù che ci ritroveremo.

Vi chiedo oggi di combattere come non avete mai fatto, come non avreste mai pensato di fare. Che le mie parole vi cullino furibonde nell’assalto!

Stringete le armi, soldati, scaldate i cuori, sorridete. Vinceremo questa guerra se non perderemo l’onore.”

sabato 27 febbraio 2010

In compagnia di noi stessi



Rincorro un angolo solitario per scrivere. Pertanto leggete queste righe di riflessione in tranquillità, lontano dal fracasso della routine e dal frenetico vociare degli uomini.

Non mi permetto di contraddire la teoria aristotelica dello zoòn politikòn: l’uomo è come un animale che si realizza nella società; ma credo sia altresì fondamentale la sua necessità, nei momenti critici, di restare solo. Ovvero in compagnia di se stesso.

Quest’oggi, dopo una piacevole mattinata trascorsa in compagnia, da un momento all’altro il mio stato d’animo è radicalmente mutato: è bastata una notizia a cambiare la mia luna e, nell’immediato, anche il mio modo di pormi verso il prossimo.

Tra il mio umore di prima e dopo la notizia intercorreva lo stesso divario che c’è tra un agnellino strapazzato allo zoo dalle mani tenere di un bambino e un lupo selvatico delle vette innevate della Scandinavia, tra il manto morbido di uno scoiattolo di bosco e gli aculei serrati di un riccio. Il mio punto di vista trasfigurava chiunque mi fosse vicino: un amico diventava un insopportabile peso, un conoscente un patetico idiota, uno sconosciuto uno scarafaggio spregevole.

L’odio sovrasta l’amore, il caos l’armonia. La clessidra del tempo scorre lentissima e ogni nostro istinto ci spinge a chiuderci in noi stessi.

Cercai la solitudine nella musica malinconica e desolante: mi consolò. La trovai nel deserto del sonno e dei sogni lontani. Allontanato l’uomo, bersaglio dell’ira, l’isolamento placò gradualmente l’odio cieco.

Così dopo un attrito la lontananza fisica avvicina i cuori, rasserena gli animi e placa gli ultimi timidi brontolii della tempesta.

Sistemato il mio problema con gli altri, potei dedicarmi interamente al mio. Ripensai alla causa del mio malessere, ma, diversamente da prima, mi sentivo a mio agio: non più colto alla sprovvista, amareggiato e attorniato da troppi sguardi, ma meditativo, rilassato e finalmente solo. Nelle orecchie le note di una canzone particolare: “Only the wind remembers my name”. Fu proprio quella canzone a ricordarmi che non ero affatto solo: o meglio, che pur non essendoci altra presenza umana all’infuori della mia in quella stanza, non ero tuttavia abbandonato a me stesso.

Attraverso il ritmo scandito dalla batteria, le note ripetitive della chitarra e le urla che le accompagnavano, intravidi uno spiraglio di speranza. Non ero l’unico a provare quella sensazione. Non ero il solo a soffrire. Non ero solo.



lunedì 15 febbraio 2010

Sposi della vita, amanti della morte



Mi è recentemente capitato di fare un sogno particolare: un tribunale di guerra mi condannava alla punizione estrema insieme ad altri che, come me, si erano macchiati di un crimine che echeggiava come un cupo rintocco di campana: sovversione.

Parole aspre come condanna, pena capitale ed esecuzione, in quell’aula mi rimbalzavano alle orecchie risuonando come dolci note di libertà, martirio e sacrificio.

Come una folgore d’autunno si abbatte nell’infuriare della tempesta su un atavico platano, così la forza della volontà, l’inamovibile orgoglio e la fermezza d’animo attraversarono la mia schiena con un’immensa scarica di brividi. In quegli attimi non conoscevo paura, incertezza o timore. Non sapevo nemmeno cosa fossero né concepivo che potessero esistere. Sentivo ardere in me un fuoco alla sola idea di trovarmi faccia a faccia con la Nera Signora: e il desiderio che quel fatale momento arrivasse aumentava sempre più in me.

Ogni eventuale incertezza si inchiodò definitivamente quando vidi negli occhi dei miei compagni di sorte la stessa mia reazione davanti alla sentenza. Non ci scambiammo una parola nè rivelammo alcuna emozione ai nostri giustizieri, ma tra di noi percepivamo un’aura che ci dava forza e ci rendeva un unico corpo.

Ci condussero alle nostre celle, separate tra loro da muri di cemento che non potevano certo dividere i nostri cuori. Decisi di non passare le mie ultime ore nell’inerzia e presi a scrivere: volevo che rimanesse una testimonianza della mia morte.

Ma le parole mi sfuggivano di mano: i fogli accartocciati sul pavimento formavano un cumulo alto quasi quanto il letto, le lancette giravano veloci ed inesorabili e la penna non aveva ancora scritto nulla di cui potessi ritenermi soddisfatto.

Mi chiedevo se anche gli altri stessero vivendo la mia stessa situazione, ma non avevo risposta. Era come se si fossero allontanati anni luce dalla mia cella, quando il loro letto era solo a pochi metri dal mio. Passai la mano nei capelli sudati e mi imposi di scrivere qualcosa, qualunque cosa. Ma le dita erano di pietra, la mano tremava e il foglio davanti a me restava terribilmente bianco.

Mancava un’ora. No, non poteva succedere davvero. Avevo meno di vent’anni e un’intera vita davanti a me. Stavo per piangere, ma mi trattenni: ero lì perché avevo seguito il mio cuore, perché avevo scelto di non tradire i miei compagni, perchè dovevo dimostrare al mondo che c’era ancora qualcuno capace di morire per un ideale. Mi convinsi: pentimento e rassegnazione erano parole che non dovevano esistere nel mio vocabolario.

Abbandonai la penna e guardai fuori dalla finestra: il cielo del crepuscolo decretava la fine degli ultimi animi guerrieri.

Mezz’ora. Il cuore batteva a ritmi sfrenati, come se avesse capito che quei battiti sarebbero stati gli ultimi. Cominciai a camminare in circolo come un forsennato: l’angoscia aveva lasciato spazio al panico più totale. Imprecai a voce alta. Poi implorai Dio, qualunque Dio fosse, di riportare indietro il tempo. Volevo vivere. Vivere almeno altri dieci anni, incontrare il vero amore, avere una famiglia, una casa, servire la mia patria, terminare le mie battaglie. Erano speranze vane, mancavano pochi minuti.
Un rumore di chiavi risuonò nel corridoio muto. Erano venuti a prenderci. Sentii che trascinavano fuori il primo: il plotone si appostò nel cortile appena sotto le nostre finestre. Un prete pronunciò sbrigativamente le parole di rito, una voce straniera scandì alcune formalità che non riuscii a capire. Attimi di silenzio. Poi la stessa voce di prima: Load… Aim... Fire!

Sobbalzai agli spari come se avessero colpito me. Non c’era più tempo, tornavano verso di noi. Uno era caduto e il prossimo ero io.

Un soldato aprì la cella ed avanzò verso di me, mentre un altro aspettava sulla soglia. Come avviene quando un ragazzino incauto si avvicina troppo a un cane rabbioso, così io mi rannicchiai un po’, raccolsi tutte le mie forze e saltai addosso all’incredulo soldato con furia cieca. Non riflettevo: i miei muscoli si muovevano obbedendo ai nervi, che a loro volta seguivano gli sbalzi del cuore. Mi aggrappai alla sua faccia facendola sanguinare mentre lui urlava per il dolore, quando un barlume di ragione mi ricordò della guardia appostata sulla porta, che ora puntava l’arma verso di me cercando il modo di colpirmi senza ferire il compagno. L’istinto fece il resto: strappai di mano la mitragliatrice al soldato ferito, facendomi nel frattempo scudo col suo corpo, poi sparai all’impazzata sulla guardia, colpendola alla schiena mentre fuggiva chiedendo aiuto.

Il resto del plotone, allarmato dagli spari, si stava dirigendo verso di me. Ormai era inevitabile: sarei morto lì. Ma non certo implorando pietà in una squallida cella. Sarei morto onorevolmente, come si addice a un uomo libero. Così strinsi l’arma e mi scagliai nel corridoio, in un attimo nel cortile esterno. Premetti il grilletto e iniziai una corsa testa alta verso i colori rossastri di quello che sarebbe stato il mio ultimo tramonto.

Il bagliore si sprigionava fragoroso dalla canna della mitraglia mentre i colpi dei miei boia fischiavano tutt’intorno a me.
E fu in quei frangenti, fino a quando uno di quei proiettili non mi raggiunse il cuore, che compresi a pieno il senso della morte e quello della vita.


«La vita umana è strutturata in modo tale che soltanto guardando in faccia la morte possiamo comprendere la nostra autentica forza e il grado del nostro attaccamento alla vita. [...] Una vita a cui basti trovarsi faccia a faccia con la morte per esserne sfregiata e spezzata, forse non è altro che un fragile vetro». Yukio Mishima