↑ Informazione Pensiero Propaganda Azione ↑

martedì 20 settembre 2011

L’ultimo respiro

Il mondo, o almeno quello che conosciamo, è agli sgoccioli. Basta aprire un quotidiano qualsiasi per rendersene conto. Le parole in cui si inciampa più di frequente sono: crisi, allarme, rincaro, protesta, caos, attentato, mafia, degrado, omicidio, gambizzato, tagli, declassato… E non occorre andare oltre. Al di là dell’allarmismo da telegiornale e della predilezione dei giornalisti per la cronaca giallo-nera, il periodo che stiamo vivendo è una vera catastrofe su tutti i fronti.
I piccoli comuni, le piccole associazioni, i piccoli commercianti: insomma, i pesci piccoli stanno finendo l’ossigeno e stramazzano su un fondo liquamoso sperando in un miracolo dal cielo. Non se la passano meglio i governi, soffocati da una finanza internazionale che crea voragini, compra, riduce, plasma e distrugge intere economie a proprio piacimento e interesse. Siamo condannati a subire passivamente il dominio di forze che non possiamo né controllare né conoscere: e a poco serve il teatrino degli scioperi e delle proteste contro i sicari del sistema, quando sul nostro collo pende una corda di cui non conosciamo neppure il mandante. A chi indirizzeremo la nostra domanda di grazia? Nessuno ci ascolta.
L’ambiente si sta deteriorando minuto per minuto; inquinamento e devastazione del territorio sono solo una piccola conseguenza di ciò che vuol dire una popolazione progredita di sei miliardi di esseri antropomorfi. Sei miliardi: una cifra da capogiro, che basterebbe da sola a dimostrare l’impossibilità del pianeta Terra a rimanere in piedi, una volta che anche il secondo e il terzo mondo raggiungeranno gli standard consumisti del primo. Ma anche qui, nessuno sembra farci caso.
La società poi, vista in un contesto più circoscritto, è una vera e propria pattumiera umana. Le generazioni, con il passare degli anni, divengono sempre più inermi e rassegnate: passano da una tecnologia all’altra in pochi mesi e non sentono più il bisogno di avere un’anima o un motivo per vivere. Ammazzano il tempo (la vita) nelle discoteche, sulle provinciali puntellate da transgender, nelle sporche vie di periferia cosparse di siringhe e sigarette. La vita è ormai nell’aperitivo del sabato pomeriggio, nella sbronza del venerdì sera. Niente di più. Nessun sentimento che vada oltre il mero istinto sessuale, nessun interessamento alla cultura, alla politica o alla conoscenza di sé. E’ la gioventù del nulla. Annichilimento passivo, tv, creme depilatorie, videogiochi, divertimento… il nulla. Ogni differenza si acquatta verso l’appiattimento più totale; ogni guizzo di autostima, orgoglio, ribellione è soffocato lentamente dal pallido grigiore delle masse, dalle malinconiche luci rosse di un night club, dalle ceneri nere sbuffate con malavoglia fuori da fiacchi polmoni tumorati.
Tra l’inconsapevolezza più totale, nel menefreghismo diffuso e l’indifferenza standardizzata, stiamo annaspando ingozzandoci delle ultime sacche di ossigeno rimaste. Nessuna disperazione, niente urla e gemiti o clima apocalittico da fine del mondo: andiamo verso la morte quasi per caso, come un agnellino sprofonda d’un tratto tra le lame di un mattatoio. Siamo la generazione del nulla e vi ci sprofondiamo senza saperne nulla.
Però mi piace pensare che si possa finire con dignità anche combattendo nel fango. Mi hanno sempre affascinato le storie dei grandi eroi che trapassavano con la spada in mano, consapevoli, felici. Ho sempre guardato con stupore i Kamikaze giapponesi del Novecento, frecce infiammate d’ardore anelanti l’oltreuomo. Penso che una fine del genere spetterebbe di diritto a tutti noi: non ci è stato concesso di stabilire come nascere, ma possiamo decidere come morire! Non potremo salvare il mondo, ma possiamo salvare noi stessi.
Una scena che colpisce spesso i visitatori della città di Pompei sono le sagome pietrificate dei soldati posti alla difesa della città. Fermi, immobili dinnanzi all’avvicinarsi di una nube densa di cenere e lapilli, quegli uomini hanno atteso la morte con i piedi piantati nel terreno. Lo sguardo fisso, duro, inflessibile. Anche noi, come quei guerrieri, potremo dimostrare che, tra le eruzioni di un futuro ormai prossimo, saremo in grado di difendere il nostro nome, noi stessi e il nostro onore.
Vivere per morire o morire per vivere: noi la scelta l’abbiamo fatta da tempo.
"Si fractus illabatur orbis, impavidum ferient ruinae." Anche se il mondo attorno a lui cadesse a pezzi, le rovine lo colpirebbero impavido.
Orazio

lunedì 8 agosto 2011

Squarci di affresco

Al culmine della salita, il paesaggio diviene allo stesso tempo maestoso e reverenziale.
Avvolto tra le nuvole basse e fitte, sferzato dal gelido vento, si staglia un colle di un verde acceso e colmo di vita, punteggiato irregolarmente da grandi massi bianchi, quasi calcarei. Due falchi, immobili nel vuoto, tagliano l’aria ad ali spiegate e vigilano su quel monumento della natura.
Tutt’intorno la vista è annebbiata dal vapore, ma rimane spazio per scorgere, ai lati, le due vallate che si adagiano dolcemente sul pendio. Sullo sfondo, appena sopra un sentierino di ciottoli erto e scosceso, una croce in lontananza sembra svelarsi surrealmente tra la foschia. Il maestoso scenario rimane statico, come un affresco. Si protrae per pochi attimi, intensissimi, che prego si trasformino in lunghi giorni.
Poco dopo, svanite le nuvole, riemerge il sole e i falchi planano, attratti da qualcosa più a valle. Ma io ho visto. E non solo, ma continuo a vedere, dentro di me, quello squarcio, che mi chiedo ancora adesso se sia realmente esistito.
Il panorama descritto è il paesaggio di una località valtrumplina: certo del fatto che nessuna pellicola avrebbe mai potuto rendere uno spettacolo simile, ho preferito non mostrarne la fotografia, confidando piuttosto nella scrittura, quel potentissimo mezzo capace di mettere in moto nel lettore le facoltà dell'immaginazione.
Di seguito un sottofondo degno di quegli idilliaci momenti.

martedì 31 maggio 2011

Sogno una gioventù

Sono tormentato dall'idea di questa gioventù. È, quest’ultimo, il frutto più ricco che ci viene concesso, pur nella caducità del corpo umano. Sogno una gioventù forte, ardita, dominatrice di sé, disciplinata, dedita alla propria salute fisica non meno che alla preparazione mentale, capace di sostenere sin dall'inizio le prove più insidiose della vita. Il coraggio e l’audacia sono caratteristiche imprescindibili in un giovane: sprecarle sarebbe un peccato, soffocarle abominio.
Quando i due aspetti più pericolosi -quelli dello studio e del divertimento- prendono il completo monopolio della vita di un giovane, questi crescendo non diventerà altro che un’utile macchinetta sociale: lavorerà incessantemente nel completo abbandono della propria interiorità, del contatto con il mondo, della riflessione interiore, del dinamismo fisico e mentale; salvo poi sfogare i propri rimpianti nei recinti del fine settimana, dove ruggire è consentito anche ai montoni.
Soffro nel vedere la mia gioventù inerme, china sotto il peso dell’ozio, degli obblighi sociali e dello sballo da routine. Tentare poi di plasmare l’animo già formato di un adulto è una lotta contro i mulini a vento; sarebbe come voler modellare a piacimento un coccio di vetro: questo o si spezza o rimane un coccio.
Ogni epoca storica che abbia assistito a una rivoluzione si è preoccupata di scommettere su quel settore che non ha mai smesso di costituire una risorsa naturale: ogni cambiamento radicale nella società e nell’uomo dovrà quindi, anche in futuro, passare dal giovane. Imprescindibile sarà il suo apporto, fondamentale il nostro esempio.
Tutta l’umanità necessita della cura minuziosa e appassionata del suo fiore più prezioso. Nessuno si astenga dal portare avanti i valori di quella gioventù sana, ultima speranza tra le macerie di un mondo corroso, dovesse anche, nel frattempo, diventare vecchio.

martedì 5 aprile 2011

Una scelta definitiva

Per spostarsi da un punto all’altro del globo, da che mondo è mondo, serve un mezzo di trasporto. Basta un clic su internet, una carta di credito e voliamo nei posti più remoti. Anche le automobili sono comode e soprattutto fanno girare i soldi: carburante, assicurazioni, bolli, revisioni... 24 ore su 24, 365 giorni l’anno: se avete bisogno di un distributore lo troverete aperto sempre. Le autostrade sono calde notte e dì – tutti i giorni – solcate dalle gomme, cerchi in lega, cavalli e cilindrate.
Caschi integrali, vitamine, aspirine, estintori, mascherine contro lo smog: c’è tutto quello che serve per mantenere una parvenza di salute. Cosa mi lamento, non si potrebbe fare di meglio! Abbiamo i conservanti, la tv satellitare, i-phon, i-pad, i-touch. Con soli 8 euro possiamo goderci l’ultimo film hollywoodiano in 3D. Non ci manca proprio niente. Materassi di gomma, case in cartongesso, bicchieri di plastica, vestiti in poliestere, sponsor ufficiali, macchine fotografiche usa e getta, uno schermo e una batteria per ogni utensile.
Stiamo vivendo l’apoteosi dell’elettronica, il culmine monumentale dell’informatica, l’apice del dominio umano sulla Terra. E’ questo l’uomo che mi accingo a distruggere. Egli ha abusato di ciò che un Dio ingenuamente generoso gli ha donato. Non aveva forse le idee chiare il giovane Victor Frankenstein dopo aver creato un vero e proprio mostro? Era così in buona fede inizialmente, tanto dedito al suo successo da dimenticarsi delle conseguenze di quella assurdità. E il nostro Dio non è altro che un Frankenstein in grande: dobbiamo accettare l’idea di essere figli di un eccesso di zelo.
Accantonati e rinnegati da nostro Padre, abbiamo fatto il suo stesso sbaglio con il mondo che ci ha affidato. Questo pianeta doveva essere un figlio, una madre e un fratello. Da ingrati lo abbiamo riempito di buchi, soffocato di cemento e radiazioni; ne abbiamo insozzato le viscere e l’atmosfera. Nessuna scusa potrà mai cancellare tali ingiurie: presto esso si rivolterà contro di noi, inconsapevole del fatto che l’uomo nasce già insieme al virus della propria morte. Non gli lasceremo nemmeno la soddisfazione di scrivere con le proprie mani la parola “fine”.
Quello contro cui mi scaglio, quello che intendo polverizzare non è solo il mondo moderno. È l’uomo. L’uomo che, dopo millenni di esistenza cauta e prosperosa, esagerando e degenerando giunge agonizzante a scongiurare di essere annientato. L’uomo che, sputando addosso a Dio e calpestando la sua terra, ha decretato la sua condanna. Dio non è morto, uomini, è furibondo!
Forte di un fuoco purificatore, delibero e agisco in Suo nome senza incertezza o rimorso, tranne quello di non poter tramandare le motivazioni di un gesto così eclatante. Ma in fondo, a che servono le parole se tengo un comizio dinnanzi a una platea di sordi? Per quale uomo varrebbe la pena di sprecare fiato se questi è prossimo al martirio? Mi piacerebbe, ora, disquisire con un mio antenato: Seneca, Platone, Cicerone. Mi loderebbero? Mi biasimerebbero? Non ne ho idea, desidero solo ardere insieme a questo fuoco. Che tutto torni come prima. Addio.

“Che cos'è un contemporaneo? Uno che ci piacerebbe ammazzare, senza sapere bene come.” (Emil Cioran)

martedì 15 marzo 2011

Dialogo tra un pazzo e un venditore di fagioli

Maledetto renitente! Quanti ettari di filo spinato hai sorvolato per scioglierti su quella poltrona?
Su per giù una settantina.
Sfiduciato! Disonorevole! Speravo che il mondo girasse in senso orario per recuperare un po’ del mio tempo… e invece guarda come sono ridotto. Sono mesi che mangio solo fagioli, mi sento male. Passami un bicchiere.
Sei nel posto giusto.
Ti racconterei di quella capra che viveva sulle più alte vette dell’Himalaya, ma sono troppo stanco. Il mondo è già stanco, è ancora stanco. Non pesano tanto i secoli quanto le anime dei dannati: non sanno più dove metterle… faranno un altro decreto.
Governo ladro...
Piove! Piovono dadi, simbolo d’infingarda passione. Sciami di dadi muggiscono e si dilaniano contro palizzate di baionette. Ah! Ho abbandonato la mia ruota per un dado, bel mestiere ho combinato.
Meglio un dado oggi o una ruota domani?
La ruota… la rivoglio! Sono vecchio e ti confesso che è meglio vivere aggrappato alla speranza di una ruota che gettato nell’angolo più cupo di un dado.
Dà-do. Nella parola c’è un chiaro riferimento.
Dare… siamo quel che diamo o quel che riceviamo? Nessuno ed entrambi, caro signore dei miei fagioli. Siamo un’entità che si costituisce con l’andare del tempo, un castello i cui granelli aumentano fino a che, quando sono ormai troppi, crollano e si riversano sopra qualchedun altro.
Questo ti turba?
Certamente non questo. Mi duole non poter scegliere, o per lo meno sapere, a chi tramanderò la mia sabbia. L’ho sudata sai, l’ho dovuta difendere dai lupi! Fai presto tu a vendere fagioli da un baldacchino. Vieni a fare la guerra, guarda in faccia le ossa che stroncano l’anima! Raccogli una testa dalla polvere, prova cosa vuol dire la sete di casa…
Vorrei saperlo.
Te lo auguro. A vedere solo questa vita verrebbe da dire che siamo più noiosi delle zebre. Con la differenza che noi abbiamo inventato i cannoni e le navi e le ferrovie! Una nave non è fatta per rimanere nel suo porto.
Tuttavia il molo è un posto sicuro.
Sicuramente l’ultimo luogo nel quale vorrei morire, il primo in cui avrei voluto nascere. A sopravvivere a un naufragio se ne esce con un paio di occhi nuovi: questo non è un molo, è un cimitero! Un loculo, per Giove! Portatemi via di qui… non seppellitemi vivo nella melma! Voglio morire per davvero, io.
Tu sei pazzo…
Appunto. Ma tu sei un venditore di fagioli. Io vedo cose che non puoi neanche immaginare, e tu? Tu vedi solo un pazzo. Un pazzo col bastone, la dentiera, una foto sbiadita nel portafogli… Questa foto l’ho scattata quando avevo ancora gli occhi vecchi, guarda.
E’ un albero?
Un albero?! Per tutti i bracconieri di anime, questo non è solamente un albero! Osserva bene la figura che esso compone, non ti sembra umana? Che dico umana… viva! Non riesci a sentire ciò che ti sta comunicando quello che tu chiami albero? E guarda lo sfondo, il tramonto, quel lembo di nuvola… Che splendore!
Continuo a vedere un albero.
Questo ti deve mettere in guardia, figliolo. Con i tuoi occhi pieni di fuliggine non vedi che le sagome riflesse della realtà. Parti! Lascia questo pollaio, abbandona il fienile! Se resterai qui diverrai cieco e non vedrai tanti tramonti, tante aurore, tanti… alberi!
Hai ragione. Sei pazzo, ma hai ragione.
Ed è proprio per questo che dico il vero, perché sono pazzo. Pensi di essere più intelligente di un cane? Beh, lui è più sensibile di te, può percepire una gamma di odori e rumori da impressionare qualsiasi macchinario umano. Io ho imparato a sentire quegli odori, a farli miei. Ho ascoltato quei rumori e ora li distinguo come il rosso dal verde. Un pazzo non ha pregiudizi ma ascolta, fiuta, impara tutto da tutti, in silenzio. Questa è la mia forza.
Ammirevole.
Di più! Micidiale, dirompente quanto placida è la nostra anima! Corpo sereno e mente libera: quant’è bello essere pazzi! La vera sfortuna è quella di essere malvisti dalla gente. Ma ti dirò, in confidenza: meglio evitato che molestato. Era troppo soffocante camminare nella folla opaca e muta, lavorare senza sosta in mezzo a una torma immonda per arrivare, a sera, ad addentare un pezzo di dignità conteso da un gregge di stomaci senza cuore. Era troppo… così ho deciso di fare il pazzo.
Una scelta coraggiosa… e di che vivi?
Aaah! La tua ingenuità si addice a un uomo di questi tempi, all’uomo che ero anch’io. Io vivo. Vivo per, vivo in… non di. Per trent’anni ho vissuto di sopravvivenza: un po’ per pagare le tasse e un po’ perché non mi sembrava di avere altra scelta. Poi la guerra: il freddo, il sangue, i cimiteri… quante croci, quante ne sono servite per lavare quegli occhi? Quante notti di veglia passate a divorare le stelle! Ma poi l’ho vinta, la mia guerra.
Quale guerra?
Quella contro il normale, il civile uomo che ero. Contro la nuova società. Nuova per me, per lo meno. Nuova e spaventosa per i miei occhi, veri, di cristallo e non più fondi di bottiglia! Mai più voglio rimettere quegli occhi! Li ho gettati nella bufera e dati in pasto agli sciacalli. Dammi una spinta, fratello, dammi la forza per nuotare e lasciare finalmente alle mie spalle le alghe putride di questo porto. Vado, nuoto contro la corrente. Dove? Vado a riprendere la mia ruota.

"Nessuno si appaga del stato suo, eccetto qualch'insensato e stolto, e tanto più quanto più si ritrova nel maggior grado del fosco intervallo de la sua pazzia." Giordano Bruno
Immagine: Annibale Carracci, Mangiafagioli, 1584-1585.
Ispirazioni: Giacomo Leopardi (“Operette morali”, Zibaldone); Platone (Dialoghi).

martedì 8 marzo 2011

Dov'è il tuo Dio ora?

Uccideresti una persona? Non mi preoccupa molto la cosa in sé e nemmeno mi dispiace per lo stronzo che dovrà lasciare questa vita. Gli è andata sempre bene, è nato con la camicia, nel Paese e nell’epoca giusta: ora tocca a me. No, quello che mi rammarica veramente è dover arrivare a tanto per riportare la giustizia tra gli uomini. Dove sono finiti gli Dei? Non ci hai mai creduto in Dio mi bacchettano… Penso che se esistono più divinità, allora ci sono più possibilità che almeno una ci assecondi. Non dico benedirci o rivestirci della loro fottuta aura divina ma almeno ascoltarci, farci capire che si interessano di noi! Se esistesse Dio onnipotente non gliene fregherebbe nulla del vostro lavoro, delle automobili, la casa, la famiglia, la fidanzata, la salute, il successo, il porcospino, il caffelatte e la tazza del cesso… Vi maledirebbe uno a uno come sto facendo io adesso e si siederebbe comodamente a gustarsi il teatrino tragicomico della vostra vita. Non passa giorno che non pensi a quanto sia inutile il vostro Dio, che ora è Cristo ora è il Milan, e quando non è il denaro è una mignotta sul calendario. Solo oggi invece ho rivolto il mio pensiero verso qualcosa di diverso: pensate se avvenisse un Big Bang all’inverso, un’implosione dell’universo, che verrebbe così a scomparire. Quale sarebbe il vostro ultimo pensiero? Ho lasciato acceso il forno, avrò chiuso il garage, chi si occuperà della piccola Kety, mancano solo due giorni a Natale, Don Matteo riuscirà a scovare l’assassino, e se poi mi dice di no, cosa le regalerò a San Valentino, converrà investire sul mattone? Io penserò solo: perché così tardi? Perché così tanto tempo prima di salvarci e farla finita? Penserò: dov’è il tuo Dio ora? Hai dimenticato anche quello nell’ultimo istante della tua miserabile vita? Miserabili: così vi ha definiti un Plutoniano, un alieno che è venuto a visitare il pianeta rosa, colore della vostra carne. E’ intelligentissimo questo curioso essere, si chiama Vero e può assumere ogni forma lui desideri, persino liquida o gassosa. Riesce a comprendere i calcoli matematici più impossibili e le terminologie più improbabili in tutte le lingue esistenti. Ha imparato a memoria la Divina Commedia in due decimi di secondo. Però certe cose non le vuole capire: non le riesce a capire. Le banche, i soprusi, le guerre, le tasse, il controllo delle menti, la polizia, la censura, la droga… non c’è modo di fargli capire cosa siano. L’altra settimana ho impiegato quattro ore a spiegargli cosa sia la pubblicità, chiaramente con esito fallimentare. Ho consigliato a Vero di stare alla larga dalla Terra, perché se non riesci a capire come girano le cose qua rimani sempre sul fondo. Vi potrò sembrare un filosofo ma non sono un cazzo di filosofo: non ho la barba, ho letto pochi libri, non ho una faccia seria e nemmeno un paio di occhiali decenti o un titolo di studio da sfoggiare in pompa magna. Ma penso di aver capito qualcosa e di avere il dovere di infondere queste intuizioni. Non verità, sia mai, tutti quelli che hanno predicato la verità hanno sempre avuto un doppio fine. O facevano il doppio gioco. O giocavano sporco. Insomma, non fidatevi di chi ha in tasca la verità, seguite piuttosto chi la cerca. Pensa, oggi sul treno ho sentito qualcuno dire che volere è volare… quanto odio questo tipo di frasi scontate! Aforismi fittizi e vuoti come: se la ami seguila fino alla follia e vai fino in fondo per scoprire quali follie lei farebbe per te. Non ho mai fatto leggere queste schittate d’inchiostro al mio amico Vero, persino io me ne vergogno. Volere è volare dicevamo: penso piuttosto che poter volare e non volerlo fare sia una mancanza non scusabile. Questo mi dispiace, perché quel poco di buono che ci è concesso non lo sfruttiamo nemmeno. Smettetela di rimpinzarvi di illusioni: i sogni servono ad andare avanti, ma non sono che l’antipasto. Siate vigili e abbiate il coraggio di vedere grigio, di guardare il bicchiere non semi pieno ma completamente vuoto. Andate a riempirlo voi o morirete di sete leccando il fondo del vetro! Vi sembra poco? Sto già parlando troppo, forse finirò nei guai. Chissà perché sto parlando ad un coniglio, probabilmente è il volto più umano che possa trovare al momento nel raggio di qualche chilometro. Forse anche lui in passato era un uomo, ora è fortunato. E’ in gabbia però, ha avuto la sventura di nascere in questi tempi: lo ingrassano tutta la vita e alla fine gli tirano il collo e lo cucinano nel burro, e se non è per mangiarlo è per divertire qualche cucciolo d’uomo depresso. Insomma gli è andata male di nuovo, magari la prossima volta rinascerà su Plutone. Lascio dormire il coniglio nella sua rassegnazione, tra poche ore sorge il sole, le sveglie suonano e i cadaveri viventi si ammucchiano nei grandi centri, urbani o commerciali, pensano poco e lavorano parecchio, poi tornano nelle loro tane. Andrà avanti così finché vorranno gli Dei, loro si divertono molto a osservarci.

venerdì 11 febbraio 2011

Foibe, tra storia e ricordo

Mi vergogno delle polemiche che si sollevano ogni anno sul tema delle foibe e dell’esodo istro-veneto dalle terre “al di là dell’acqua” avvenuto nella seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso. Sarebbe ora di smetterla, per dignità, di giocare carte politiche sulla pelle e sulle anime di migliaia di persone trucidate e centinaia di migliaia esiliate.
La storia dovrebbe offrirci la possibilità di capire il presente attraverso il passato e invece spesso, troppo spesso, soprattutto in ambito moderno-contemporaneo, diventa occasione di sfruttamento per fini poco nobili.
Analizzare la tragedia delle foibe da un punto di vista storico significa partire dalle cause scatenanti, passando attraverso le responsabilità dei carnefici e le sofferenze delle vittime, giungendo così a trarne un insegnamento che possa arricchirci culturalmente e personalmente, oltre a contribuire nella ricerca di una soluzione alla situazione che, da sessant’anni a questa parte, si è venuta a creare nella zona interessata.
Ricordare le foibe vuol dire fare informazione storica - noto con amarezza come per molti queste siano solamente un fenomeno geologico e per altri nemmeno quello - spiegare cosa sono, da chi e come sono state utilizzate e quali le cause e gli effetti storici nonché geopolitici che le hanno accompagnate. Non può risultare slegato dal discorso un quadro sulla situazione istriana e dalmata, il cui suolo è stato teatro dell’accanimento dei due fronti: da una parte il comportamento arrogante e colpevole assunto dall’Italia dagli anni ’20 in poi - con l’italianizzazione forzata nei confronti di veneti e slavi e le conseguenti persecuzioni verso i dissidenti, fino ad arrivare alla connivenza con la Jugoslavia dei politici del dopo guerra, Togliatti e De Gasperi per non fare nomi - dall’altra le efferatezze perpetrate dalle truppe jugoslave di Tito sui vinti.
Poi assistiamo allo squallido rimbalzo delle responsabilità: slavi e comunisti additano come invasori e colpevoli di atti barbarici - giustificando i propri - gli italiani e i fascisti; a loro volta questi mettono in luce solamente le colpe degli altri rivendicando le proprie pretese sulle terre adriatiche sottratte dalla “vittoria mutilata”. Tesi sostenuta da pochi è quella che vede nel colpevole l’esasperato nazionalismo di entrambe le parti in gioco. Un nazionalismo artificioso e di stampo tardo-ottocentesco che oggi non ha più ragione di esistere (la Jugoslavia si è frammentata, l’Italia non ancora) ha portato rancore e distruzione in una terra in cui da secoli popolazioni di diverse radici, dagli illiri agli austriaci passando per slavi e veneti, hanno saputo convivere serenamente.
Il divario tra le componenti etniche è scattato come una miccia incontrollabile nel momento in cui quella terra doveva essere italiana o jugoslava: ovvero, in entrambi i casi, diventare parte di qualcosa a cui non apparteneva. Semplicemente l’Istria era Istria e la Dalmazia Dalmazia, al di là di come la potessero pensare in Italia o in Jugoslavia. Da questa lezione storica risulta chiaro che l’imposizione forzata di un’identità artificiale che non tenga conto di quelle vere pre-esistenti non può portare che scompiglio se va bene ed eccidi efferati quando la situazione precipita.
Agli infoibati, agli esuli e a tutte le vittime di questa tragedia va il nostro silenzioso compianto. Per loro e per noi stessi manteniamo vivo il ricordo, nel lutto e nella consapevolezza, perché il sangue versato e i soprusi subìti non siano vani né dimenticati.

venerdì 28 gennaio 2011

Verità e storia

Essendo dall’anno 2000 ricorrenza ufficiale per lo Stato italiano e dal 2005 celebrato anche da altri stati compreso l’ONU, mi sembra il periodo giusto per parlarne. Di cosa? Ma naturalmente di uno di quei pochi avvenimenti che per essere ricordato non ha uno, bensì tre nomi propri. Il più emblematico tuttavia è “Memoria”, con quella lettera maiuscola che suona come una beffa verso le altre memorie, quelle di seconda classe.
Ma è importante focalizzare l’attenzione sul termine “evento”, seguito da un aggettivo altrettanto fondamentale: “storico”. Ora sappiamo che tutto ciò che riguarda la storia fa rima con ricerca, studio, analisi: insomma sostantivi che rievocano movimento ed evoluzione. Invece per trattare questo particolare avvenimento si ricorre a un ossimoro: “verità storica”. Due parole di una portata incontrollabile che cozzano e stridono tra loro fino a che una di queste, la verità, si sbarazza del suo aggettivo per diventare una verità. Assoluta.
Per fare un esempio più concreto, il 24 gennaio 2011, sul tema delle leggi contro il negazionismo, il presidente della comunità ebraica di Roma ha asserito senza mezzi termini che affermare che l'Olocausto non sia avvenuto è “un gesto stupido, immensamente riprovevole e simile a chi sostiene che la Terra è piatta.”
Chi ha un minimo a cuore la storia potrebbe non reggere il peso di una simile dichiarazione. Eppure essa dà il metro dell’assurdità di chi porta avanti retorica e demagogia su un piano storico. Vogliamo la verità? Esigiamo dibattiti con tanto di controparte, documentazioni di ogni sorta e nessuna propaganda. Abbiamo il diritto di sapere come è andata la storia, di sentire l’opinione di tutti, a costo di sentirci dire cose a nostro dire sgradevoli - questa e non altro è la libertà di espressione.
L’immobilismo, le leggi anti revisionismo e le versioni ufficiali non aiutano per nulla a scavare a fondo la verità che noi acclamiamo a gran voce. Chiediamo che non venga etichettato come pazzo o nemico pubblico chi espone e argomenta tesi storiche: in quanto parte della storia pretendiamo di avere voce in capitolo sull’argomento. Perché se avessimo seguito la strada della censura, cari signori, saremmo ancora convinti di vivere sopra a un disco. Piatto.
"La verità vi farà liberi, la menzogna credenti. Perché la menzogna ha un fascino segreto e un potere invincibile sugli animi: si accredita con l’opinione, si afferma e si consolida con l’uso, assume tutte le apparenze della verità, presto o tardi giungerà a sottomettervi e acquisterà sugli animi un dominio indistruttibile."
Immagine: La verità e la menzogna, 1490

La sfida


Faceva freddo nella grotta. Davanti a me si ergevano i sette demoni della cupidigia, pronti a sbranare ogni brandello della mia anima. Mi sentivo debole e abbandonato. Aspettai che mi rivolgessero la parola.

Per prima cosa mi chiesero di rinnegare le mie origini e rinunciare ad ogni identità. Poi mi offrirono generose ricompense per mutilare la lotta, firmare la resa, regalare la vittoria. Mi fecero capire che non aveva più senso andare avanti, che la mia era una folle lotta contro i mulini a vento. Sbavavano e sorridevano compiaciuti, sicuri di sé e della mia risposta. Tremante alzai la testa. Li guardai uno ad uno negli occhi, strinsi i denti e urlai guai! Guai a colui che rinnega e al vile che retrocede. Ho promesso! Ho giurato che questa spada non conoscerà tregua fino a che non avrò abbattuto anche l’ultimo dei vostri mulini a vento. Voi mi siete testimoni.

Detto ciò uscii, barcollando per lo sforzo, verso la luce. Ero consapevole che quel gesto mi avrebbe condannato per sempre. Sorrisi, perchè in realtà dentro di me sapevo che quella era la mia strada.
Immagine: Dante, La Divina Commedia, Inferno XXI v. 72 "Nessun di voi sia fello!"

martedì 11 gennaio 2011

Il Fiume

- Perché continui a camminare?
- Non posso farne a meno. Puoi pensare a un fiume immobile? A un ponte statico? L’uomo è fatto per attraversare il suo ponte, navigare lungo il suo fiume. Penso che il fiume sia però la metafora più adatta: siamo abituati a pensare al ponte come opera ingegneristica umana, mentre la vita sarebbe troppo complicata per essere architettata da un bipede del nostro genere.
- Quindi questa vita è un fiume?
- Esatto. E’ il fiume che navighiamo se, per volontà nostra, non decidiamo di affogarci prima.
- Spiegami, ti ascolto.
- Tutti noi nasciamo nel più profondo entroterra, in una foresta che riecheggia di primitivo, caratteristica che, concorderai con me, è imprescindibile nel neonato.
- Non vedo come disapprovare.
- Dunque, dal sottobosco di questa foresta oscura sgorga un rigagnolo: il tuffo in questo rigagnolo è il nostro impatto con la vita terrena. E’ l’inizio del viaggio, il ruscello che diventerà oceano.
- Capisco.
- Impariamo presto a nuotare, o meglio, siamo costretti a farlo. La situazione ci impone di nuotare o tornare indietro: respiriamo per non sprofondare negli abissi. La portata del fiume cresce con noi e non aspetta mai nessuno, chi non sta al passo troverà correnti più forti di lui. Non dobbiamo mai pensare che la vita sia benevola: la natura che ci ha messi al mondo non è buona né malvagia, ma indifferente. Non vede i sentimenti, non si fa trascinare dalle emozioni, non prova compassione: fa solamente rispettare le regole del gioco.
- Così la vita sarebbe un gioco?
- Sarebbe più esatto dire che il gioco è una sorta di vita. Non trovi? Tornando alla nostra metafora iniziale, dicevo che il fiume rappresenta al meglio la vita umana. Infatti non segue un unico percorso preciso e neppure c’è un punto di arrivo predestinato: un’infinità di affluenti ed effluenti, laghi e canali rendono ogni percorso unico e lasciano la possibilità al pellegrino – così chiamo l’uomo – di scegliere la sua strada. Egli deve inoltre provvedere al suo mezzo d’imbarcazione, che rovescerà e riparerà, perderà e riconquisterà, imparando dai propri errori e facendo tesoro dei suoi successi.
- La metafora calza a pennello. Tuttavia sento che manca qualcosa…
- Troppo presto vuoi sapere, allievo, come reagiranno tra loro i pellegrini. Forse la nostra stessa metafora sarebbe troppo riduttiva e inefficace al riguardo, poiché ricorda, come il gioco, anche un fiume non è altro che una piccola vita nella vita. Quello che ti ho appena ho mostrato è il percorso verticale dell’uomo, compiuto dall’anima accompagnata dal corpo. Quello del corpo accompagnato dallo spirito – il percorso orizzontale – avremo sicuramente modo di approfondirlo più avanti.
- E allora cosa accade quando ha termine il viaggio?
- Le anime, a contatto con l’acqua salata, si scindono dal corpo e si uniscono tra loro. Cosa ci sia nel fondale marino non me lo chiedere, poiché a chi sta ancora compiendo il viaggio della vita è concesso di vederne soltanto la superficie. Ascolta i miei consigli piuttosto.
- Lo farò.
- Conduci la tua navigazione con serenità e consapevolezza, timone saldo e forti remi. Non permettere mai alle inerti paludi di ancorarti, tra la ruggine, al fango della rassegnazione. Non farti trascinare dai i venti della paura ma imponi tu stesso la rotta. Fa’ in modo di essere pronto per la nuova vita quando ti tufferai nell’oceano.

Ispirazioni: Platone (Dialoghi); F. Nietzsche (“Così parlò Zarathustra”)

martedì 28 dicembre 2010

Siamo pazzi... arrendetevi!!

Era una di quelle giornate uggiose da cui non ti aspetteresti un granché. Se ne stava lì, come un coccodrillo dopo un pasto, il nostro Vate, uomo dai mille pensieri. Davanti al suo piccolo naso da segugio un pubblico che, in una giornata di sole, avresti definito epocale.
Sedevano a due a due le coppie più incredibili. Formavano un ferro di cavallo e ognuno dava le spalle a chi lo seguiva. Li aveva radunati proprio tutti.
C’erano Michael Jackson e Giulio Cesare, Erwin Rommel e Gesù Cristo, Sigmund Freud e Nelson Mandela, Maria de Filippi e Winston Churchill (quest’ultimo pareva infastidito per via del suo abbinamento). Verso la finestra si era appollaiato Anubi, di fianco a Pamela Anderson, più indietro scalpitavano sui banchi Dj Francesco e Marco Pannella, che si divertiva a nascondere la merenda a Muzio Scevola, in coppia con un improbabile John Holmes. E ce n’erano tanti altri, ma non avrei l’animo di nominarli tutti quanti.
Era uno spettacolo affascinante, una diatriba crescente tra caos e pazzia, una galassia di assurdità in una sola stanza. Torturava i capelli canuti con una mano e con l’altra segnava gli assenti... “E’ ancora malato Maometto?”. Diede un colpo al microfono: silenzio e riverenza da parte di tutti. Si alzò e parve più basso di prima. Si affrettò a sedersi nuovamente. Alzò le mani, imprecò in una lingua che non esiterei a definire curvilinea, si schiarì la voce e bevve uno strano intruglio di viscere di lonza.
Attimi interminabili di silenzio. Qualcuno tremava. Dal cielo presero a piovere panettoni senza canditi e una banda di automobilisti sfrecciò intorno all’edificio. Un megafono gracchiava a ripetizione: “Arrendetevi, siamo pazzi!”
Il Vate chiese gentilmente a Iva Zanicchi di chiudere la finestra, dopo di che ripiombò il silenzio. Sfilò dalla tasca destra dei pantaloni un piccolo libricino nero, lo pulì dalla cenere, aprì le braccia al cielo come farebbe profeta e tuonò con parole che riecheggiavano nell’aria: «In chiunque sa ben vedere, resterà solo dello stupore nell’accorgersi come si sia creduto di scardinare il mondo borghese affermando proprio le istanze che lo hanno univocamente consolidato!».
Applausi, lacrime, bestemmie.
Marinetti prese a strombazzare il clacson di un tir: piangeva per la commozione. Jo Squillo e Adolf Hitler aprirono uno striscione da stadio: “Il pensiero che si fa azione!”. Paolo villaggio gridava entusiasta: “Più archibugi meno accademie!”. Era il tripudio.
Vittorio Sgarbi se ne venne fuori con un “Andate a lavorare, capre!”. Mishima fu onorato di aiutarlo a compiere il Seppuku. “Vincere! Festeggiare! Trebbiare, per Ercole!” strepitava Mussolini, visibilmente ubriaco. “Momento, momento, momento, momento, momento! Vate, questo non è il mio bicchiere del Che!” Faceva giustamente notare Castro. A Marco Carta venne la pessima idea di cantare: D’Annunzio lo assassinò brutalmente col modellino di un Mas. Ahmadinejad approfittò del momento per strangolare Bush con un’anguilla: l'ex presidente invocò l’aiuto delle Nazioni Unite, che però erano in bagno e si erano perse tutto lo spettacolo.
“Diocàn, bisogna darghe!” apostrofava un ragazzo fuori dal corridoio: Ratzinger lo rincorse fino al bar per esorcizzarlo. “Azione!” bofonchiava Alessandro Magno. “Passione!” ribatteva Shakespeare. “La mia razione!” pretendeva con forza un soldato prussiano. “Detonazione!” insisteva Marinetti. “Castrazione!” annotava compiaciuto Calderoli. “Per Giunone!” Esclamava Caligola. “Cicerone?!” sussurrava incredulo Nerone. Quell’altro: “Nerone!”. “Precipitazione!” illustrava Giuliacci. Sembrava allarmato Homer Simpson: “Ispezione!”. “Salvazione!” predicava il Cristo. “Annientazione!” rincarava Nietzsche. “L’hanno già detto rivoluzione?” la tentava il Che. Mosconi: “Mi g’ho de far colazione!”. “Contro il sistema, contro il sistema…” non arretrava di un centimetro il Vate.
Immagine: Rissa in Galleria, Umberto Boccioni, 1910

lunedì 22 novembre 2010

Non Mihi Domine

Non ho un padrone. Così ho voluto scrivere all’ingresso della gabbia di Tiberio, criceto russo di razza Winter White Pearl. Tiberio è imprigionato, in apparenza. Le sue azioni sono limitate spazialmente dalle sbarre che lo circoscrivono. Tutto vero, eppure vi dico che è più libero di molti di noi.
Noi uomini del 2010 possiamo prendere un aereo e arrivare all’altra estremità del globo in meno di un giorno: tuttavia siamo schiavi dei mezzi che abbiamo inventato, siamo dipendenti dal petrolio come dall’ossigeno. Abbiamo la facoltà di girare il mondo, trasferirci, prendere residenze, andare in vacanza, ma non sappiamo instaurare un rapporto equilibrato con l’ambiente in cui viviamo ogni giorno. Possiamo inviare e ricevere informazioni da una parte all’altra dell’oceano in una frazione di secondo, senza riuscire più a comunicare con il nostro vicino. Possiamo sapere quello che succede, ovunque e 24 ore su 24, ma non riusciamo a renderci indipendenti dalla TV, a riunirci spontaneamente per rivendicare di persona le nostre volontà senza aspettare che qualche politicante incravattato lo faccia per noi.
Dal canto suo un criceto ha un raggio d’azione di mezzo metro scarso ed è circondato da sbarre di metallo che non può valicare. Possiamo però dire che sia schiavo? Schiavo di chi e di cosa? Egli è solamente in cattività, vincolato da una forza superiore è di per sé è libero. Prigioniero è colui che è costretto e limitato da altri, schiavo invece chi si incatena da solo.
Schiavi, oggi un criceto vi ha insegnato qualcosa: la gabbia peggiore è quella nella quale non sappiamo di vivere.
"Schiavo è chi aspetta qualcuno che venga a liberarlo." Ezra Pound

sabato 20 novembre 2010

Processo all’uomo

Ho deciso di mettere sotto processo l’uomo, o quel che ne rimane.
Egli, esso, è accusato di non aver gelosamente custodito ciò che gli è stato tramandato.
Uomini! Metto sotto processo la vostra dignità, che, come qualcosa di usa e getta, una volta spremuta avete pensato di buttare. Chiamo in causa la parola, che, se vale come l’uomo, possiamo tranquillamente dirlo, non esiste più.
Vi accuso di tradimento, verso gli avi e verso i figli. Vi accuso di materialismo ed egoismo: terrificante paradosso, il nulla eterno vi inghiottirà mentre conterete il vostro denaro! Incarcerati nel vostro individualismo, non potrete che chiudere gli occhi nell’indifferenza, lasciando che il mondo vi divori inermi nel caos.
Sarete condannati da voi stessi, dalla vostra coscienza stuprata e dal vostro spirito trascurato. Condannati dal vostro corpo malato, infiacchito dall’inerzia e corroso dall’apparenza.
Sarete voi allo stesso tempo gli imputati, l’accusa, la difesa e i testimoni del processo. La vostra giuria, l’imparziale ed inflessibile storia.
Vi metto sotto processo, uomini. Vi vedrò inesorabilmente sbranati dalla vostra coscienza. Non proverete dolore, forse nemmeno rimorso, ma solo un perenne, noto e nauseante senso di rassegnazione. Uomini, il verdetto è prossimo.

domenica 3 ottobre 2010

Le quattro regole dello Storico


Da www.storiainrete.com

La Storia non è nè una religione né una morale
Lo storico non ha il compito di esaltare o di condannare: lo storico spiega.


La Storia non è schiava dell’attualità
Lo storico non applica al passato schemi ideologici attuali e non introduce negli avvenimenti del passato la sensibilità d’oggi.

La Storia non è Memoria
Lo storico, con un approccio scientifico, raccoglie i ricordi degli uomini, li confronta, li mette in relazione con i documenti, con gli oggetti, con le prove, e stabilisce i fatti. La Storia tiene conto della memoria ma non si riduce ad essa.

La Storia non è un oggetto giuridico
Non spetta né al Parlamento né all’autorità giudiziaria definire la verità storica. La politica dello Stato non è la politica della Storia.

martedì 7 settembre 2010

Punti di vista

Della serie: quando le parole degli altri sono più efficaci delle nostre.
Questo messaggio mi è arrivato in privato sul canale di Youtube, dopo una discussione su un video riguardante l'immigrazione. Il soggetto in questione potrebbe essere il vostro vicino di casa, il vostro compagno di classe, il vostro collega, il kebabbaro da cui vi rifocillate nella pausa pranzo. Riporto il testo così com'è, leggetelo tutto d'un fiato.

"Sono uno di colore, si un negro!
e allora senti qui:

io compero la tua pizzeria fallita, in contanti, e ci faccio 2 kebap e tu vieni a mangiare da me, con le pezze al culo, poi invado un quartiere della tua città, tu hai paura e non ci entri, poi mi prendo la casa che a te non daranno nemmeno dopo 15 anni di graduatoria, poi dico "a" e tu devi togliere il crocifisso con il cadavere dalle scuole, poi tuo figlio è l'unico bianco in classe, il diverso alla fine è lui, poi me la rido al pensiero che tua mamma a paura ad andare in giro perchè ci sono "gli immigrati", poi mi scopo tua sorella, che si converte e tu devi stare muto. poi apro una moschea, con i tuoi soldi, e tu devi stare muto, poi ti prendo per il culo in faccia e tu non capisci un cazzo perché sei una capra, poi apro 2000 negozi etnici e tu devi stare muto e subire, poi, sempre con i tuoi soldi, apro 300 associazioni pro-integrazione, poi mi prendo le tue strade e ci faccio i mercati, poi ti prendo il lavoro, perchè i tuoi compaesani preferiscono me, che costo meno e lavoro di +, poi vado in banca e mi danno il prestito che a te non daranno mai, poi ti osservo mentre vieni in vacanza nel mio paese perchè qui ti pelano e il mare fa cacare, poi mi metto in proprio e ti porto via il lavoro, poi torno al mio paese e, sempre con i tuoi soldi, mi espando e compero 3 hotel sulla spiaggia bianca, poi invado il mercato con i miei prodotti e ti riduco alla fame, poi apro 4000 macellerie islamiche con i fondi messi a disposizione dalla comunità europea (SEMPRE I TUOI SOLDI) e le tue macellerie chiudono, poi parlo la tua lingua meglio di te e quello tagliato fuori sei tu,poi faccio 8 figli mentre tu hai paura a farne 1, poi i miei figli faranno quello che ho fatto io, ma x 8, che diventerà x 16, x 32, x 64 e via dicendo..

Poi alla fine, ma solo alla fine, me la rido rotolandomi a terra al pensiero che tu rosichi per tutto questo e non ci puoi fare un cazzo e DEVI SUBIRE IN SILENZIO.
Sai che come puoi vedere intorno a te è TUTTO VERO, no?
SIETE UNA RAZZA IN ESTINZIONE, BIANCHI DEL CAZZO."

domenica 4 luglio 2010

Paghiamo tre volte lo stesso servizio



E’ proprio vero che talvolta i fatti quotidiani, anche i più irrilevanti, ci inducono a riflessioni approfondite. Mi è capitato alcuni giorni fa, quando mi è stata gentilmente infilata sotto il tergicristallo una multa di divieto di sosta per aver parcheggiato sulle strisce blu senza esporre il tagliando di pagamento.

Partendo dal presupposto che per un servizio che noi cittadini già paghiamo con le tasse non dovrebbe essere richiesto un secondo pagamento, ci sono altre considerazioni che rendono ancora più vergognoso il fenomeno, al di là dei 38,00 euro di sanzione.

La multa è stata infati emessa, con orario stampato e certificato, tre minuti dopo il parcheggio abusivo. Questo può solo significare che in quel luogo era presente un agente del traffico con il compito di sorvegliare solamente la zona interessta, di 20 posteggi complessivi circa. La teoria dell’“agente ad hoc” mi è stata confermata anche da espereinze dirette di altre persone e dall’osservazione pratica del comportamento dei dipendenti comunali nelle zone a pagamento, specialmente nei dintorni della stazione.

Arriviamo senza troppe difficoltà alla conclusione che il ricavato tintinnante e luccicante che finisce nei parchimetri ad altro non serve che a pagare il salario di chi li sorveglia con attenzione. Dunque dov’è il guadagno? E’ nelle multe, nelle sanzioni scaricate sui più distratti o frettolosi, che servono a rimpinguare le sempre più vuote casse del Comune.

Questo vergognoso sistema si inserisce in un contesto ancora più grave: quello dello Stato italiano. Quest’ultimo, dopo aver incassato senza troppi complimenti le tasse dei lombardi, che non solo pagano tre volte rispetto a Calabria e Campania (ad esempio), ma ricevono anche meno dallo Stato rispetto ai cittadini del basso stivale italico. Il risultato è che le casse comunali bresciane piangono miseria e il Comune è costretto a ricorrerre a due stratagemmi per far quadrare i bilanci: costruire e appaltare senza ritegno, rendendo edificabili i suoi terreni e rovinando l’ambiente, oppure sfruttare il sistema geniale delle multe. E’ questa la situazione che fa al caso nostro.

Dopo questa righe mi chiedo quindi perchè io possa riflettere tranquillamente su queste tematiche, andando alla ricerca di possibili cause e soluzioni, mentre fior di laureati, intellettualoidi e professoroni non vi prestano o non vi vogliono prestare attenzione e, quando si trovano davanti al parchimetro, inseriscono una ad una le loro monete senza fiatare. E se poi arriva una multa ogni tanto la pagano sospirando come hanno sempre fatto.

Ma suvvia cosa importa, nel frattempo è morto 'O guerriero Taricone e il premier ha fatto alcune battute osè sulle cameriere brasiliane. I bresciani per un po’ avranno qualcosa di "veramente importante" con cui distrarsi.

lunedì 28 giugno 2010

Ode alla storia



Nulla al mondo come la storia offre riparo dalla corruzione presente, nient’altro è così rassicurante, così pedagogico.

Non stiamo parlando di una macchina arrugginita, né di una fotografia sbiadita, tantomeno di una scienza sistematica o di fumo teoretico. Abbiamo d’innanzi a noi il bagaglio dell’Uomo. Un bagaglio di cultura, esperienze, errori, ingiustizie, glorie, disfatte, sangue, nascite, tradimenti e sacrifici.

Nata e nutrita dall’Uomo, essa sopravvive per l’Uomo e morirà solo con l’Uomo.

Se, sfogliando un album fotografico della nostra infanzia, ci capita di commuoverci, dobbiamo tanto più emozionarci davanti ai ricordi della nostra vita storica: un arco romano, una cattedrale gotica, la falange di Alessandro, il sacrificio di Leonida, le caravelle di Colombo, un aforisma di Cicerone, un soldato che parte per il fronte.

La storia è la pratica più genuina che i nostri avi ci abbiano consegnato: attraverso essa possiamo sognare, meditare, imparare, rivivere. Dev'essere quindi un dovere per noi studiarla, interiorizzarla e addirittura venerarla.

Poichè per quanto possa essere profonda, ogni altra dottrina tralascia un aspetto umano che è proprio solamente della storia: la conciliazione del singolo uomo, preso nella sua durata di nemmeno cent’anni, con i suoi predecessori, contemporanei e posteri, in un’unica vita che è durata millenni e che oggi, grazie a noi, sopravvive.

Regina tra le virtù, la storia non si limita ai dettagli degli uomini, essa è rivolta alla vita dell’Uomo.

giovedì 24 giugno 2010

Calcio



error

venerdì 28 maggio 2010

Discorso alle truppe



Quello che segue è il discorso alle truppe tenuto il 30 dicembre 1944 dal comandante tedesco Kurt Meyer della 9ª SS-Panzerdivision Hohenstaufen, confluita nel 1° Panzerkorps SS durante l’offensiva delle Ardenne.

Pur prendendo spunto da un episodio storico reale, la situazione è volutamente fittizia (Meyer, in realtà comandante della 12ª SS-Panzerdivsion Hitlerjugend, era stato catturato dai partigiani belgi prima dell’offensiva), a sottolineare l’irrilevanza della precisione storica particolare di fronte al significato universale delle parole.

“Soldati! O dovrei forse dire Camerati! Amici! Fratelli!

Se saremo sfortunati, su queste alture, in queste fredde giornate di inverno, finiremo tutti quanti a marcire in una fossa e i vermi ci divoreranno il fegato. Ma, in questi momenti decisivi, non crediate nell’esistenza di una vita ultraterrena: siatene assolutamente certi. I nostri busti mutilati dai cannoni nemici, i ventri falciati dalle mitragliatrici inglesi, gli arti stritolati tra il terreno e i carri americani: non saranno che solletico per noi. Noi, soldati e camerati prima che uomini. Noi che vivremo pienamente anche dopo la morte.

Nulla di ciò che è puramente materiale vivrà insieme a noi: non le case bombardate, né i possedimenti o le ricchezze; nemmeno i titoli sociali, gli effetti personali o i cinquanta grammi di pane nero che ci spettano a giornata. Ciò che attraverserà l’abisso fatale della morte saranno le bandiere, le insegne, le mostrine, le armi ancora calde per la battaglia e l’aquila indomita che portiamo sul petto. Nient’altro. Sopravvive infatti alla morte solo ciò che trascende la materia, che è sintesi di gloria e onore, fedeltà e sacrificio.

Ripenso alla nostra impresa e sono sempre più convinto di essere nel giusto. Qualcuno però ci ha definiti esaltati, pazzi, assassini, squilibrati, violenti, criminali. Altri ci etichettano tutt’ora come folli, kamikaze di una guerra perduta. Altri ancora, o forse sempre gli stessi, dopo la nostra morte ci chiameranno vittime inconsapevoli, burattini, servi dei signori della guerra. La verità, amici, è che tutti questi intellettualoidi, questi pennivendoli e voltabandiera non ci conoscono. Essi rimangono comodamente seduti sui guanciali rigonfi delle loro poltrone, prostrati su scrivanie d’avorio levigato guadagnate vendendo menzogne. Loro non sono in piedi con noi oggi.

Noi, ognuno con la propria storia, con le proprie motivazioni, i propri principi, ideali, paure e sogni. Noi, manipolo di volontari, ultimi cavalieri del coraggio, fieri eredi di sangue e storia gloriosi. Noi figli, fratelli, padri e sposi della Patria.

Una guerra perduta… Ho davanti ai miei occhi duecento uomini in piedi, forti, giovani, arditi. Duecento divise armate davanti a me e un caldo sole di mezzogiorno sulla testa. Guerra perduta? Non vedo la sconfitta nemmeno nel cielo.

Lo sbarco è compiuto e con la presa di Parigi la strada è ora spianata, dicono. Non hanno fatto i conti con gli MG42, gli MP44, col filo spinato, le granate, i Panzer, i muscoli e i pugnali tedeschi. Siamo sulle Ardenne e non alle Termopoli, siamo duecento e non trecento, ma le gesta degli Spartani di Leonida riecheggiano come tuoni nelle nostre menti. La storia non aspetta altro che un’altra impresa gloriosa da annoverare tra le sue pagine sempiterne. Quest’oggi, camerati, la accontenteremo.

I nostri nemici ci sottovalutano: sapremo trarre forza da questa loro arrogante leggerezza. Credono forse di essere in crociera sul Missisipi o sul Tamigi? Presto capiranno che siamo nati tra le onde irrequiete del Danubio e del Reno. La miglior difesa è nell’attacco, ce lo ha insegnato lo stesso Führer: non ci resta che seguirlo.

Respirate fino all’estremo momento il sapore della natura. Possiate trovare, tra questi colli europei, la forza per non cedere mai di fronte al nemico. E nei momenti difficili, fratelli, ricordate di volgere sempre lo sguardo verso il cielo: è lassù che ci ritroveremo.

Vi chiedo oggi di combattere come non avete mai fatto, come non avreste mai pensato di fare. Che le mie parole vi cullino furibonde nell’assalto!

Stringete le armi, soldati, scaldate i cuori, sorridete. Vinceremo questa guerra se non perderemo l’onore.”

sabato 27 febbraio 2010

In compagnia di noi stessi



Rincorro un angolo solitario per scrivere. Pertanto leggete queste righe di riflessione in tranquillità, lontano dal fracasso della routine e dal frenetico vociare degli uomini.

Non mi permetto di contraddire la teoria aristotelica dello zoòn politikòn: l’uomo è come un animale che si realizza nella società; ma credo sia altresì fondamentale la sua necessità, nei momenti critici, di restare solo. Ovvero in compagnia di se stesso.

Quest’oggi, dopo una piacevole mattinata trascorsa in compagnia, da un momento all’altro il mio stato d’animo è radicalmente mutato: è bastata una notizia a cambiare la mia luna e, nell’immediato, anche il mio modo di pormi verso il prossimo.

Tra il mio umore di prima e dopo la notizia intercorreva lo stesso divario che c’è tra un agnellino strapazzato allo zoo dalle mani tenere di un bambino e un lupo selvatico delle vette innevate della Scandinavia, tra il manto morbido di uno scoiattolo di bosco e gli aculei serrati di un riccio. Il mio punto di vista trasfigurava chiunque mi fosse vicino: un amico diventava un insopportabile peso, un conoscente un patetico idiota, uno sconosciuto uno scarafaggio spregevole.

L’odio sovrasta l’amore, il caos l’armonia. La clessidra del tempo scorre lentissima e ogni nostro istinto ci spinge a chiuderci in noi stessi.

Cercai la solitudine nella musica malinconica e desolante: mi consolò. La trovai nel deserto del sonno e dei sogni lontani. Allontanato l’uomo, bersaglio dell’ira, l’isolamento placò gradualmente l’odio cieco.

Così dopo un attrito la lontananza fisica avvicina i cuori, rasserena gli animi e placa gli ultimi timidi brontolii della tempesta.

Sistemato il mio problema con gli altri, potei dedicarmi interamente al mio. Ripensai alla causa del mio malessere, ma, diversamente da prima, mi sentivo a mio agio: non più colto alla sprovvista, amareggiato e attorniato da troppi sguardi, ma meditativo, rilassato e finalmente solo. Nelle orecchie le note di una canzone particolare: “Only the wind remembers my name”. Fu proprio quella canzone a ricordarmi che non ero affatto solo: o meglio, che pur non essendoci altra presenza umana all’infuori della mia in quella stanza, non ero tuttavia abbandonato a me stesso.

Attraverso il ritmo scandito dalla batteria, le note ripetitive della chitarra e le urla che le accompagnavano, intravidi uno spiraglio di speranza. Non ero l’unico a provare quella sensazione. Non ero il solo a soffrire. Non ero solo.



lunedì 15 febbraio 2010

Sposi della vita, amanti della morte



Mi è recentemente capitato di fare un sogno particolare: un tribunale di guerra mi condannava alla punizione estrema insieme ad altri che, come me, si erano macchiati di un crimine che echeggiava come un cupo rintocco di campana: sovversione.

Parole aspre come condanna, pena capitale ed esecuzione, in quell’aula mi rimbalzavano alle orecchie risuonando come dolci note di libertà, martirio e sacrificio.

Come una folgore d’autunno si abbatte nell’infuriare della tempesta su un atavico platano, così la forza della volontà, l’inamovibile orgoglio e la fermezza d’animo attraversarono la mia schiena con un’immensa scarica di brividi. In quegli attimi non conoscevo paura, incertezza o timore. Non sapevo nemmeno cosa fossero né concepivo che potessero esistere. Sentivo ardere in me un fuoco alla sola idea di trovarmi faccia a faccia con la Nera Signora: e il desiderio che quel fatale momento arrivasse aumentava sempre più in me.

Ogni eventuale incertezza si inchiodò definitivamente quando vidi negli occhi dei miei compagni di sorte la stessa mia reazione davanti alla sentenza. Non ci scambiammo una parola nè rivelammo alcuna emozione ai nostri giustizieri, ma tra di noi percepivamo un’aura che ci dava forza e ci rendeva un unico corpo.

Ci condussero alle nostre celle, separate tra loro da muri di cemento che non potevano certo dividere i nostri cuori. Decisi di non passare le mie ultime ore nell’inerzia e presi a scrivere: volevo che rimanesse una testimonianza della mia morte.

Ma le parole mi sfuggivano di mano: i fogli accartocciati sul pavimento formavano un cumulo alto quasi quanto il letto, le lancette giravano veloci ed inesorabili e la penna non aveva ancora scritto nulla di cui potessi ritenermi soddisfatto.

Mi chiedevo se anche gli altri stessero vivendo la mia stessa situazione, ma non avevo risposta. Era come se si fossero allontanati anni luce dalla mia cella, quando il loro letto era solo a pochi metri dal mio. Passai la mano nei capelli sudati e mi imposi di scrivere qualcosa, qualunque cosa. Ma le dita erano di pietra, la mano tremava e il foglio davanti a me restava terribilmente bianco.

Mancava un’ora. No, non poteva succedere davvero. Avevo meno di vent’anni e un’intera vita davanti a me. Stavo per piangere, ma mi trattenni: ero lì perché avevo seguito il mio cuore, perché avevo scelto di non tradire i miei compagni, perchè dovevo dimostrare al mondo che c’era ancora qualcuno capace di morire per un ideale. Mi convinsi: pentimento e rassegnazione erano parole che non dovevano esistere nel mio vocabolario.

Abbandonai la penna e guardai fuori dalla finestra: il cielo del crepuscolo decretava la fine degli ultimi animi guerrieri.

Mezz’ora. Il cuore batteva a ritmi sfrenati, come se avesse capito che quei battiti sarebbero stati gli ultimi. Cominciai a camminare in circolo come un forsennato: l’angoscia aveva lasciato spazio al panico più totale. Imprecai a voce alta. Poi implorai Dio, qualunque Dio fosse, di riportare indietro il tempo. Volevo vivere. Vivere almeno altri dieci anni, incontrare il vero amore, avere una famiglia, una casa, servire la mia patria, terminare le mie battaglie. Erano speranze vane, mancavano pochi minuti.
Un rumore di chiavi risuonò nel corridoio muto. Erano venuti a prenderci. Sentii che trascinavano fuori il primo: il plotone si appostò nel cortile appena sotto le nostre finestre. Un prete pronunciò sbrigativamente le parole di rito, una voce straniera scandì alcune formalità che non riuscii a capire. Attimi di silenzio. Poi la stessa voce di prima: Load… Aim... Fire!

Sobbalzai agli spari come se avessero colpito me. Non c’era più tempo, tornavano verso di noi. Uno era caduto e il prossimo ero io.

Un soldato aprì la cella ed avanzò verso di me, mentre un altro aspettava sulla soglia. Come avviene quando un ragazzino incauto si avvicina troppo a un cane rabbioso, così io mi rannicchiai un po’, raccolsi tutte le mie forze e saltai addosso all’incredulo soldato con furia cieca. Non riflettevo: i miei muscoli si muovevano obbedendo ai nervi, che a loro volta seguivano gli sbalzi del cuore. Mi aggrappai alla sua faccia facendola sanguinare mentre lui urlava per il dolore, quando un barlume di ragione mi ricordò della guardia appostata sulla porta, che ora puntava l’arma verso di me cercando il modo di colpirmi senza ferire il compagno. L’istinto fece il resto: strappai di mano la mitragliatrice al soldato ferito, facendomi nel frattempo scudo col suo corpo, poi sparai all’impazzata sulla guardia, colpendola alla schiena mentre fuggiva chiedendo aiuto.

Il resto del plotone, allarmato dagli spari, si stava dirigendo verso di me. Ormai era inevitabile: sarei morto lì. Ma non certo implorando pietà in una squallida cella. Sarei morto onorevolmente, come si addice a un uomo libero. Così strinsi l’arma e mi scagliai nel corridoio, in un attimo nel cortile esterno. Premetti il grilletto e iniziai una corsa testa alta verso i colori rossastri di quello che sarebbe stato il mio ultimo tramonto.

Il bagliore si sprigionava fragoroso dalla canna della mitraglia mentre i colpi dei miei boia fischiavano tutt’intorno a me.
E fu in quei frangenti, fino a quando uno di quei proiettili non mi raggiunse il cuore, che compresi a pieno il senso della morte e quello della vita.


«La vita umana è strutturata in modo tale che soltanto guardando in faccia la morte possiamo comprendere la nostra autentica forza e il grado del nostro attaccamento alla vita. [...] Una vita a cui basti trovarsi faccia a faccia con la morte per esserne sfregiata e spezzata, forse non è altro che un fragile vetro». Yukio Mishima

mercoledì 19 agosto 2009

Nazionalismo



Nazionalismo e patriottismo, sentimenti e visioni del mondo che mettono sopra ad ogni cosa la Nazione, la Patria. Molti hanno abusato –e lo fanno tutt’ora- di questi termini, ma pochi ne hanno seguito il vero cammino, con lo spirito e con il corpo.

Quanti si sono spacciati per nazionalisti col fine di avere una copertura, un finto scopo nobile sotto il quale nascondere i propri interessi. Quanti si sono guadagnati il favore del popolo farneticando di patriottismo per condurre a guerre di interesse (di pochi), per approvare costituzioni disastrose, per dirigere la patria verso una strada di vuoto benessere, di consumo ed economia, dimenticando l’aspetto fondamentale del patriottismo: l’amore per la Patria.

Patria, la terra dei padri, alla quale bisognerebbe dedicare un’intera vita di sacrifici e, se necessario, una fulminea onorevole morte.

Ma tutto questo ha perso ogni senso nell’epoca moderna: i valori in voga sono la comprensione, la carità, la tolleranza, il politicamente corretto, l’opportunismo, l’individualismo. Dove sono finiti l’onore, la fede, la dedizione, la fedeltà, la coerenza, la disciplina, la perseveranza.

«Noi ora testimonieremo a tutti voi l’esistenza di un valore più alto del rispetto per la vita. Questo valore non è la libertà, non è la democrazia. È il Giappone. Il Paese della nostra amata storia, delle nostre tradizioni: il Giappone». Sono le ultime parole di Yukio Mishima, pronunciate poco prima di praticare il seppuku, il tradizionale rituale di suicidio Samurai.

In queste parole è rivelata la sintesi del nazionalismo, il fedele amore per la Nazione, nel momento di minor tensione come in quello più tragico, nella felicità come nello sconforto. Non esistono confini né materiali né psicologici per tale sentimento; nemmeno la morte lo può sopprimere, ma spesso ne esalta lo spirito eroico.

È quindi preciso dovere di tutti essere patrioti, così come fare il possibile affinché altri si uniscano alla causa prima che gli atavici valori affondino nell’oblio. La nostra è una battaglia contro il tempo, che con noi non è di certo galantuomo. È questa l’ora di radunare le ultime forze per prepararsi a una resistenza patriottica che, se non vittoriosa, sarà certamente degna e gloriosa.

lunedì 4 maggio 2009

Schiavi Felici




«Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo». Con queste parole Goethe ci comunicava una terribile verità riscontrabile soprattutto nell’epoca moderna.

Il fatto che attualmente i governi delle nazioni occidentali siano di stampo democratico non significa assolutamente che i cittadini di tali stati siano liberi. Tutt’altro, le nostre azioni sono più controllate e i nostri pensieri più plasmati che in qualsiasi altra epoca storica o zona del mondo.

Forti delle innovazioni nel campo della comunicazione di massa, i burattinai dei nostri tempi non solo riescono a esercitare senza molti ostacoli la loro influenza su milioni di persone, ma fanno anche in modo che queste ultime siano convinte di essere pienamente libere di agire secondo la propria volontà.

Queste osservazioni sono una limpida deduzione derivante dall’osservazione del quotidiano influenzamento delle masse.

Per rendere più chiaro il discorso farò alcuni esempi tanto banali quanto efficaci.

Immaginiamo di fermare 100 persone a caso sulla strada di una metropoli europea nell’ora di punta e di chiedere ad ognuno dei soggetti di scrivere un elenco delle 10 canzoni che preferiscono. Al momento di confrontare le liste ci accorgeremmo subito che alcuni titoli tornano più volte; queste canzoni altro non sono che il tormentone del momento, il brano in cima alla top ten della settimana, il ritornello più trasmesso in radio, etc.

È la sfrenata ricerca di conformismo, ma c’è qualcosa di più terribile dietro: uno pensa di ascoltare la musica che vuole e invece sta ascoltando quello che decidono le classifiche di MTV e il pubblico di “Amici”.

Passando ad un altro ambito, si nota di frequente come i media, in particolare telegiornali e quotidiani, facciano emergere le questioni a periodi: c’è la settimana del Tibet oppresso, quella della droga, degli incidenti stradali, delle baby gang, e così via.

Ora prendiamo le 100 persone di prima e domandiamogli quel è, secondo loro, il problema principale della nostra società. Che risposte otterremo? Avremo una risposta quasi unanime in base alla settimana di influenza dei media!

Di esempi ce ne sarebbero molti altri. Fate caso ai dettagli in futuro, vi accorgerete che attaccati ai nostri corpi ci sono milioni di sottilissimi fili che solo chi sa vedere è in grado di spezzare.

La via per la vera libertà parte dalle piccole cose, non dare occasione a nessuno di fare di te un burattino.

lunedì 16 marzo 2009

Lombardia e Veneto

Carte della vera Lombardia e del vero Veneto che ho fatto in base ai legami etnici, storici e linguistici.

LOMBARDIA

Composizione:
- Lombardia ufficiale
- Piemonte orientale (Alessandria, Asti, Vercelli, Novara, Biella, Verbania)
- Canton Ticino
- Ovest Trentino (a ovest del fiume Adige)
- Emilia (Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena).


VENETO

Composizione:
- Veneto ufficiale
- Est Trentino (a est del fiume Adige)
- Friuli - Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste, Udine)
- Istria e Dalmazia
.

Image Hosted by ImageShack.us


LOMBARDO - VENETO


- Aggiornamento del 12/10/2011 -
Riporto di seguito l'idea di "Lombardia storica" ideata e portata avanti dal movimento Pro Lombardia Indipendenza. Ci sono somiglianze e differenze rispetto a quella da me ideata. Annotazioni:
1) Passa comunque l'idea fondamentale che la Lombardia non corrisponda in toto all'omonima regione.
2) Offre spunto di riflessione e confronto sul tema dei confini di una nazione non ancora riconosciuta.
E' possibile approfondire la cartina a questo link.

lunedì 12 gennaio 2009

Sull' uguaglianza



Uno Stato o una società che si basi sull’uguaglianza è destinata a perire, poiché agisce contro natura. Uguagliare due cose, persone o elementi diversi, infatti, significa appiattire le differenze che esistono tra essi, eliminando quella varietà che è la ricchezza del mondo. Riprendendo l’americano David Lane, uguaglianza significa «far correre un cavallo da soma velocemente quanto uno da corsa» o «fare in modo che un cavallo da corsa sia in grado di tirare con una forza uguale a quella di un cavallo da soma»: nel primo caso bisogna rallentare il cavallo da corsa, nel secondo è necessario indebolire quello da soma. Ma ciò che accade in entrambi i casi è che il punto di forza viene distrutto per fare spazio all’uguaglianza. La medesima situazione si verifica in una società di uomini in cui si impone tale concetto: la distruzione dell’eccellenza.

sabato 6 dicembre 2008

L’uomo moderno ha sovvertito il senso del tempo



Fin dall‘antichità il tempo, il susseguirsi delle stagioni e degli anni, scandiva la vita dell’uomo. Oggi l’umanità sembra non averne più bisogno: spesso anzi lo spreca, lo considera come nemico, o talvolta non ne comprende l’importanza. Ne ha perciò una visione fortemente distorta.

Prima di rinnegare il tempo, l’uomo viveva in tre dimensioni temporali complementari, distinte e indispensabili: passato, presente e futuro.

Dal passato si traevano gli esempi, i modelli, i valori, le tradizioni e lo stile di vita: perché tutto ciò che abbiamo e viviamo nel presente lo dobbiamo a chi, prima di noi, l’ha ottenuto. Il presente è il vivere attuale, che è fonte di piacere e soddisfazioni, ma non deve diventare fine a se stesso; è l’anello di congiunzione tra passato e futuro, ciò che permette alla storia e all’umanità di proseguire. Tutto in previsione e in vista del futuro, che può essere definito il fine ultimo della vita.

Invece la degenerazione del mondo moderno sovverte queste leggi, più dettate dalla natura che dall’arbitrarietà dell’uomo, e altera l’equilibrio che esiste tra le tre dimensioni.

Il motto più in voga in questi tempi è “the future is now”, il futuro è ora. Ma se il futuro è adesso, significa che non esiste un domani, e non esisterà veramente se gli uomini continueranno ad applicare questa malata filosofia.

Tale stile di vita ha poi trovato terreno fertile nel materialismo: l’uomo è infatti attratto dal “vivere il momento”, godersi il presente senza fare calcoli sul futuro. La chiamano vita, quella presente, ma non è che un terzo di essa, poiché la vita è il risultato delle tre dimensioni temporali.

E’ quindi arroganza essere certi che sia sufficiente il presente, limitatezza ritenere che non valga la pena di conoscere il passato, irresponsabilità non considerare il futuro.

Solo tornando a esaminare a fondo la questione, l’uomo potrà trovare il vero senso della vita: scoprire che siamo sì infinitamente piccoli nell’universo, ma anche estremamente preziosi in questo mondo in quanto anello di congiunzione tra passato e futuro.