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lunedì 15 febbraio 2010

Sposi della vita, amanti della morte



Mi è recentemente capitato di fare un sogno particolare: un tribunale di guerra mi condannava alla punizione estrema insieme ad altri che, come me, si erano macchiati di un crimine che echeggiava come un cupo rintocco di campana: sovversione.

Parole aspre come condanna, pena capitale ed esecuzione, in quell’aula mi rimbalzavano alle orecchie risuonando come dolci note di libertà, martirio e sacrificio.

Come una folgore d’autunno si abbatte nell’infuriare della tempesta su un atavico platano, così la forza della volontà, l’inamovibile orgoglio e la fermezza d’animo attraversarono la mia schiena con un’immensa scarica di brividi. In quegli attimi non conoscevo paura, incertezza o timore. Non sapevo nemmeno cosa fossero né concepivo che potessero esistere. Sentivo ardere in me un fuoco alla sola idea di trovarmi faccia a faccia con la Nera Signora: e il desiderio che quel fatale momento arrivasse aumentava sempre più in me.

Ogni eventuale incertezza si inchiodò definitivamente quando vidi negli occhi dei miei compagni di sorte la stessa mia reazione davanti alla sentenza. Non ci scambiammo una parola nè rivelammo alcuna emozione ai nostri giustizieri, ma tra di noi percepivamo un’aura che ci dava forza e ci rendeva un unico corpo.

Ci condussero alle nostre celle, separate tra loro da muri di cemento che non potevano certo dividere i nostri cuori. Decisi di non passare le mie ultime ore nell’inerzia e presi a scrivere: volevo che rimanesse una testimonianza della mia morte.

Ma le parole mi sfuggivano di mano: i fogli accartocciati sul pavimento formavano un cumulo alto quasi quanto il letto, le lancette giravano veloci ed inesorabili e la penna non aveva ancora scritto nulla di cui potessi ritenermi soddisfatto.

Mi chiedevo se anche gli altri stessero vivendo la mia stessa situazione, ma non avevo risposta. Era come se si fossero allontanati anni luce dalla mia cella, quando il loro letto era solo a pochi metri dal mio. Passai la mano nei capelli sudati e mi imposi di scrivere qualcosa, qualunque cosa. Ma le dita erano di pietra, la mano tremava e il foglio davanti a me restava terribilmente bianco.

Mancava un’ora. No, non poteva succedere davvero. Avevo meno di vent’anni e un’intera vita davanti a me. Stavo per piangere, ma mi trattenni: ero lì perché avevo seguito il mio cuore, perché avevo scelto di non tradire i miei compagni, perchè dovevo dimostrare al mondo che c’era ancora qualcuno capace di morire per un ideale. Mi convinsi: pentimento e rassegnazione erano parole che non dovevano esistere nel mio vocabolario.

Abbandonai la penna e guardai fuori dalla finestra: il cielo del crepuscolo decretava la fine degli ultimi animi guerrieri.

Mezz’ora. Il cuore batteva a ritmi sfrenati, come se avesse capito che quei battiti sarebbero stati gli ultimi. Cominciai a camminare in circolo come un forsennato: l’angoscia aveva lasciato spazio al panico più totale. Imprecai a voce alta. Poi implorai Dio, qualunque Dio fosse, di riportare indietro il tempo. Volevo vivere. Vivere almeno altri dieci anni, incontrare il vero amore, avere una famiglia, una casa, servire la mia patria, terminare le mie battaglie. Erano speranze vane, mancavano pochi minuti.
Un rumore di chiavi risuonò nel corridoio muto. Erano venuti a prenderci. Sentii che trascinavano fuori il primo: il plotone si appostò nel cortile appena sotto le nostre finestre. Un prete pronunciò sbrigativamente le parole di rito, una voce straniera scandì alcune formalità che non riuscii a capire. Attimi di silenzio. Poi la stessa voce di prima: Load… Aim... Fire!

Sobbalzai agli spari come se avessero colpito me. Non c’era più tempo, tornavano verso di noi. Uno era caduto e il prossimo ero io.

Un soldato aprì la cella ed avanzò verso di me, mentre un altro aspettava sulla soglia. Come avviene quando un ragazzino incauto si avvicina troppo a un cane rabbioso, così io mi rannicchiai un po’, raccolsi tutte le mie forze e saltai addosso all’incredulo soldato con furia cieca. Non riflettevo: i miei muscoli si muovevano obbedendo ai nervi, che a loro volta seguivano gli sbalzi del cuore. Mi aggrappai alla sua faccia facendola sanguinare mentre lui urlava per il dolore, quando un barlume di ragione mi ricordò della guardia appostata sulla porta, che ora puntava l’arma verso di me cercando il modo di colpirmi senza ferire il compagno. L’istinto fece il resto: strappai di mano la mitragliatrice al soldato ferito, facendomi nel frattempo scudo col suo corpo, poi sparai all’impazzata sulla guardia, colpendola alla schiena mentre fuggiva chiedendo aiuto.

Il resto del plotone, allarmato dagli spari, si stava dirigendo verso di me. Ormai era inevitabile: sarei morto lì. Ma non certo implorando pietà in una squallida cella. Sarei morto onorevolmente, come si addice a un uomo libero. Così strinsi l’arma e mi scagliai nel corridoio, in un attimo nel cortile esterno. Premetti il grilletto e iniziai una corsa testa alta verso i colori rossastri di quello che sarebbe stato il mio ultimo tramonto.

Il bagliore si sprigionava fragoroso dalla canna della mitraglia mentre i colpi dei miei boia fischiavano tutt’intorno a me.
E fu in quei frangenti, fino a quando uno di quei proiettili non mi raggiunse il cuore, che compresi a pieno il senso della morte e quello della vita.


«La vita umana è strutturata in modo tale che soltanto guardando in faccia la morte possiamo comprendere la nostra autentica forza e il grado del nostro attaccamento alla vita. [...] Una vita a cui basti trovarsi faccia a faccia con la morte per esserne sfregiata e spezzata, forse non è altro che un fragile vetro». Yukio Mishima

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