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lunedì 22 novembre 2010
Non Mihi Domine
sabato 20 novembre 2010
Processo all’uomo
domenica 3 ottobre 2010
Le quattro regole dello Storico
La Storia non è nè una religione né una morale
Lo storico non ha il compito di esaltare o di condannare: lo storico spiega.
La Storia non è schiava dell’attualità
Lo storico non applica al passato schemi ideologici attuali e non introduce negli avvenimenti del passato la sensibilità d’oggi.
La Storia non è Memoria
Lo storico, con un approccio scientifico, raccoglie i ricordi degli uomini, li confronta, li mette in relazione con i documenti, con gli oggetti, con le prove, e stabilisce i fatti. La Storia tiene conto della memoria ma non si riduce ad essa.
La Storia non è un oggetto giuridico
Non spetta né al Parlamento né all’autorità giudiziaria definire la verità storica. La politica dello Stato non è la politica della Storia.
martedì 7 settembre 2010
Punti di vista
"Sono uno di colore, si un negro!
e allora senti qui:
io compero la tua pizzeria fallita, in contanti, e ci faccio 2 kebap e tu vieni a mangiare da me, con le pezze al culo, poi invado un quartiere della tua città, tu hai paura e non ci entri, poi mi prendo la casa che a te non daranno nemmeno dopo 15 anni di graduatoria, poi dico "a" e tu devi togliere il crocifisso con il cadavere dalle scuole, poi tuo figlio è l'unico bianco in classe, il diverso alla fine è lui, poi me la rido al pensiero che tua mamma a paura ad andare in giro perchè ci sono "gli immigrati", poi mi scopo tua sorella, che si converte e tu devi stare muto. poi apro una moschea, con i tuoi soldi, e tu devi stare muto, poi ti prendo per il culo in faccia e tu non capisci un cazzo perché sei una capra, poi apro 2000 negozi etnici e tu devi stare muto e subire, poi, sempre con i tuoi soldi, apro 300 associazioni pro-integrazione, poi mi prendo le tue strade e ci faccio i mercati, poi ti prendo il lavoro, perchè i tuoi compaesani preferiscono me, che costo meno e lavoro di +, poi vado in banca e mi danno il prestito che a te non daranno mai, poi ti osservo mentre vieni in vacanza nel mio paese perchè qui ti pelano e il mare fa cacare, poi mi metto in proprio e ti porto via il lavoro, poi torno al mio paese e, sempre con i tuoi soldi, mi espando e compero 3 hotel sulla spiaggia bianca, poi invado il mercato con i miei prodotti e ti riduco alla fame, poi apro 4000 macellerie islamiche con i fondi messi a disposizione dalla comunità europea (SEMPRE I TUOI SOLDI) e le tue macellerie chiudono, poi parlo la tua lingua meglio di te e quello tagliato fuori sei tu,poi faccio 8 figli mentre tu hai paura a farne 1, poi i miei figli faranno quello che ho fatto io, ma x 8, che diventerà x 16, x 32, x 64 e via dicendo..
Poi alla fine, ma solo alla fine, me la rido rotolandomi a terra al pensiero che tu rosichi per tutto questo e non ci puoi fare un cazzo e DEVI SUBIRE IN SILENZIO.
Sai che come puoi vedere intorno a te è TUTTO VERO, no?
SIETE UNA RAZZA IN ESTINZIONE, BIANCHI DEL CAZZO."
domenica 4 luglio 2010
Paghiamo tre volte lo stesso servizio
Partendo dal presupposto che per un servizio che noi cittadini già paghiamo con le tasse non dovrebbe essere richiesto un secondo pagamento, ci sono altre considerazioni che rendono ancora più vergognoso il fenomeno, al di là dei 38,00 euro di sanzione.
La multa è stata infati emessa, con orario stampato e certificato, tre minuti dopo il parcheggio abusivo. Questo può solo significare che in quel luogo era presente un agente del traffico con il compito di sorvegliare solamente la zona interessta, di 20 posteggi complessivi circa. La teoria dell’“agente ad hoc” mi è stata confermata anche da espereinze dirette di altre persone e dall’osservazione pratica del comportamento dei dipendenti comunali nelle zone a pagamento, specialmente nei dintorni della stazione.
Arriviamo senza troppe difficoltà alla conclusione che il ricavato tintinnante e luccicante che finisce nei parchimetri ad altro non serve che a pagare il salario di chi li sorveglia con attenzione. Dunque dov’è il guadagno? E’ nelle multe, nelle sanzioni scaricate sui più distratti o frettolosi, che servono a rimpinguare le sempre più vuote casse del Comune.
Questo vergognoso sistema si inserisce in un contesto ancora più grave: quello dello Stato italiano. Quest’ultimo, dopo aver incassato senza troppi complimenti le tasse dei lombardi, che non solo pagano tre volte rispetto a Calabria e Campania (ad esempio), ma ricevono anche meno dallo Stato rispetto ai cittadini del basso stivale italico. Il risultato è che le casse comunali bresciane piangono miseria e il Comune è costretto a ricorrerre a due stratagemmi per far quadrare i bilanci: costruire e appaltare senza ritegno, rendendo edificabili i suoi terreni e rovinando l’ambiente, oppure sfruttare il sistema geniale delle multe. E’ questa la situazione che fa al caso nostro.
Dopo questa righe mi chiedo quindi perchè io possa riflettere tranquillamente su queste tematiche, andando alla ricerca di possibili cause e soluzioni, mentre fior di laureati, intellettualoidi e professoroni non vi prestano o non vi vogliono prestare attenzione e, quando si trovano davanti al parchimetro, inseriscono una ad una le loro monete senza fiatare. E se poi arriva una multa ogni tanto la pagano sospirando come hanno sempre fatto.
Ma suvvia cosa importa, nel frattempo è morto 'O guerriero Taricone e il premier ha fatto alcune battute osè sulle cameriere brasiliane. I bresciani per un po’ avranno qualcosa di "veramente importante" con cui distrarsi.
lunedì 28 giugno 2010
Ode alla storia
Nata e nutrita dall’Uomo, essa sopravvive per l’Uomo e morirà solo con l’Uomo.
Se, sfogliando un album fotografico della nostra infanzia, ci capita di commuoverci, dobbiamo tanto più emozionarci davanti ai ricordi della nostra vita storica: un arco romano, una cattedrale gotica, la falange di Alessandro, il sacrificio di Leonida, le caravelle di Colombo, un aforisma di Cicerone, un soldato che parte per il fronte.
La storia è la pratica più genuina che i nostri avi ci abbiano consegnato: attraverso essa possiamo sognare, meditare, imparare, rivivere. Dev'essere quindi un dovere per noi studiarla, interiorizzarla e addirittura venerarla.
Poichè per quanto possa essere profonda, ogni altra dottrina tralascia un aspetto umano che è proprio solamente della storia: la conciliazione del singolo uomo, preso nella sua durata di nemmeno cent’anni, con i suoi predecessori, contemporanei e posteri, in un’unica vita che è durata millenni e che oggi, grazie a noi, sopravvive.
Regina tra le virtù, la storia non si limita ai dettagli degli uomini, essa è rivolta alla vita dell’Uomo.
giovedì 24 giugno 2010
venerdì 28 maggio 2010
Discorso alle truppe
Pur prendendo spunto da un episodio storico reale, la situazione è volutamente fittizia (Meyer, in realtà comandante della 12ª SS-Panzerdivsion Hitlerjugend, era stato catturato dai partigiani belgi prima dell’offensiva), a sottolineare l’irrilevanza della precisione storica particolare di fronte al significato universale delle parole.
“Soldati! O dovrei forse dire Camerati! Amici! Fratelli!
Se saremo sfortunati, su queste alture, in queste fredde giornate di inverno, finiremo tutti quanti a marcire in una fossa e i vermi ci divoreranno il fegato. Ma, in questi momenti decisivi, non crediate nell’esistenza di una vita ultraterrena: siatene assolutamente certi. I nostri busti mutilati dai cannoni nemici, i ventri falciati dalle mitragliatrici inglesi, gli arti stritolati tra il terreno e i carri americani: non saranno che solletico per noi. Noi, soldati e camerati prima che uomini. Noi che vivremo pienamente anche dopo la morte.
Nulla di ciò che è puramente materiale vivrà insieme a noi: non le case bombardate, né i possedimenti o le ricchezze; nemmeno i titoli sociali, gli effetti personali o i cinquanta grammi di pane nero che ci spettano a giornata. Ciò che attraverserà l’abisso fatale della morte saranno le bandiere, le insegne, le mostrine, le armi ancora calde per la battaglia e l’aquila indomita che portiamo sul petto. Nient’altro. Sopravvive infatti alla morte solo ciò che trascende la materia, che è sintesi di gloria e onore, fedeltà e sacrificio.
Ripenso alla nostra impresa e sono sempre più convinto di essere nel giusto. Qualcuno però ci ha definiti esaltati, pazzi, assassini, squilibrati, violenti, criminali. Altri ci etichettano tutt’ora come folli, kamikaze di una guerra perduta. Altri ancora, o forse sempre gli stessi, dopo la nostra morte ci chiameranno vittime inconsapevoli, burattini, servi dei signori della guerra. La verità, amici, è che tutti questi intellettualoidi, questi pennivendoli e voltabandiera non ci conoscono. Essi rimangono comodamente seduti sui guanciali rigonfi delle loro poltrone, prostrati su scrivanie d’avorio levigato guadagnate vendendo menzogne. Loro non sono in piedi con noi oggi.
Noi, ognuno con la propria storia, con le proprie motivazioni, i propri principi, ideali, paure e sogni. Noi, manipolo di volontari, ultimi cavalieri del coraggio, fieri eredi di sangue e storia gloriosi. Noi figli, fratelli, padri e sposi della Patria.
Una guerra perduta… Ho davanti ai miei occhi duecento uomini in piedi, forti, giovani, arditi. Duecento divise armate davanti a me e un caldo sole di mezzogiorno sulla testa. Guerra perduta? Non vedo la sconfitta nemmeno nel cielo.
Lo sbarco è compiuto e con la presa di Parigi la strada è ora spianata, dicono. Non hanno fatto i conti con gli MG42, gli MP44, col filo spinato, le granate, i Panzer, i muscoli e i pugnali tedeschi. Siamo sulle Ardenne e non alle Termopoli, siamo duecento e non trecento, ma le gesta degli Spartani di Leonida riecheggiano come tuoni nelle nostre menti. La storia non aspetta altro che un’altra impresa gloriosa da annoverare tra le sue pagine sempiterne. Quest’oggi, camerati, la accontenteremo.
I nostri nemici ci sottovalutano: sapremo trarre forza da questa loro arrogante leggerezza. Credono forse di essere in crociera sul Missisipi o sul Tamigi? Presto capiranno che siamo nati tra le onde irrequiete del Danubio e del Reno. La miglior difesa è nell’attacco, ce lo ha insegnato lo stesso Führer: non ci resta che seguirlo.
Respirate fino all’estremo momento il sapore della natura. Possiate trovare, tra questi colli europei, la forza per non cedere mai di fronte al nemico. E nei momenti difficili, fratelli, ricordate di volgere sempre lo sguardo verso il cielo: è lassù che ci ritroveremo.
Vi chiedo oggi di combattere come non avete mai fatto, come non avreste mai pensato di fare. Che le mie parole vi cullino furibonde nell’assalto!
Stringete le armi, soldati, scaldate i cuori, sorridete. Vinceremo questa guerra se non perderemo l’onore.”
sabato 27 febbraio 2010
In compagnia di noi stessi
Non mi permetto di contraddire la teoria aristotelica dello zoòn politikòn: l’uomo è come un animale che si realizza nella società; ma credo sia altresì fondamentale la sua necessità, nei momenti critici, di restare solo. Ovvero in compagnia di se stesso.
Quest’oggi, dopo una piacevole mattinata trascorsa in compagnia, da un momento all’altro il mio stato d’animo è radicalmente mutato: è bastata una notizia a cambiare la mia luna e, nell’immediato, anche il mio modo di pormi verso il prossimo.
Tra il mio umore di prima e dopo la notizia intercorreva lo stesso divario che c’è tra un agnellino strapazzato allo zoo dalle mani tenere di un bambino e un lupo selvatico delle vette innevate della Scandinavia, tra il manto morbido di uno scoiattolo di bosco e gli aculei serrati di un riccio. Il mio punto di vista trasfigurava chiunque mi fosse vicino: un amico diventava un insopportabile peso, un conoscente un patetico idiota, uno sconosciuto uno scarafaggio spregevole.
L’odio sovrasta l’amore, il caos l’armonia. La clessidra del tempo scorre lentissima e ogni nostro istinto ci spinge a chiuderci in noi stessi.
Cercai la solitudine nella musica malinconica e desolante: mi consolò. La trovai nel deserto del sonno e dei sogni lontani. Allontanato l’uomo, bersaglio dell’ira, l’isolamento placò gradualmente l’odio cieco.
Così dopo un attrito la lontananza fisica avvicina i cuori, rasserena gli animi e placa gli ultimi timidi brontolii della tempesta.
Sistemato il mio problema con gli altri, potei dedicarmi interamente al mio. Ripensai alla causa del mio malessere, ma, diversamente da prima, mi sentivo a mio agio: non più colto alla sprovvista, amareggiato e attorniato da troppi sguardi, ma meditativo, rilassato e finalmente solo. Nelle orecchie le note di una canzone particolare: “Only the wind remembers my name”. Fu proprio quella canzone a ricordarmi che non ero affatto solo: o meglio, che pur non essendoci altra presenza umana all’infuori della mia in quella stanza, non ero tuttavia abbandonato a me stesso.
Attraverso il ritmo scandito dalla batteria, le note ripetitive della chitarra e le urla che le accompagnavano, intravidi uno spiraglio di speranza. Non ero l’unico a provare quella sensazione. Non ero il solo a soffrire. Non ero solo.
lunedì 15 febbraio 2010
Sposi della vita, amanti della morte
Parole aspre come condanna, pena capitale ed esecuzione, in quell’aula mi rimbalzavano alle orecchie risuonando come dolci note di libertà, martirio e sacrificio.
Come una folgore d’autunno si abbatte nell’infuriare della tempesta su un atavico platano, così la forza della volontà, l’inamovibile orgoglio e la fermezza d’animo attraversarono la mia schiena con un’immensa scarica di brividi. In quegli attimi non conoscevo paura, incertezza o timore. Non sapevo nemmeno cosa fossero né concepivo che potessero esistere. Sentivo ardere in me un fuoco alla sola idea di trovarmi faccia a faccia con la Nera Signora: e il desiderio che quel fatale momento arrivasse aumentava sempre più in me.
Ogni eventuale incertezza si inchiodò definitivamente quando vidi negli occhi dei miei compagni di sorte la stessa mia reazione davanti alla sentenza. Non ci scambiammo una parola nè rivelammo alcuna emozione ai nostri giustizieri, ma tra di noi percepivamo un’aura che ci dava forza e ci rendeva un unico corpo.
Ci condussero alle nostre celle, separate tra loro da muri di cemento che non potevano certo dividere i nostri cuori. Decisi di non passare le mie ultime ore nell’inerzia e presi a scrivere: volevo che rimanesse una testimonianza della mia morte.
Ma le parole mi sfuggivano di mano: i fogli accartocciati sul pavimento formavano un cumulo alto quasi quanto il letto, le lancette giravano veloci ed inesorabili e la penna non aveva ancora scritto nulla di cui potessi ritenermi soddisfatto.
Mi chiedevo se anche gli altri stessero vivendo la mia stessa situazione, ma non avevo risposta. Era come se si fossero allontanati anni luce dalla mia cella, quando il loro letto era solo a pochi metri dal mio. Passai la mano nei capelli sudati e mi imposi di scrivere qualcosa, qualunque cosa. Ma le dita erano di pietra, la mano tremava e il foglio davanti a me restava terribilmente bianco.
Mancava un’ora. No, non poteva succedere davvero. Avevo meno di vent’anni e un’intera vita davanti a me. Stavo per piangere, ma mi trattenni: ero lì perché avevo seguito il mio cuore, perché avevo scelto di non tradire i miei compagni, perchè dovevo dimostrare al mondo che c’era ancora qualcuno capace di morire per un ideale. Mi convinsi: pentimento e rassegnazione erano parole che non dovevano esistere nel mio vocabolario.
Abbandonai la penna e guardai fuori dalla finestra: il cielo del crepuscolo decretava la fine degli ultimi animi guerrieri.
Mezz’ora. Il cuore batteva a ritmi sfrenati, come se avesse capito che quei battiti sarebbero stati gli ultimi. Cominciai a camminare in circolo come un forsennato: l’angoscia aveva lasciato spazio al panico più totale. Imprecai a voce alta. Poi implorai Dio, qualunque Dio fosse, di riportare indietro il tempo. Volevo vivere. Vivere almeno altri dieci anni, incontrare il vero amore, avere una famiglia, una casa, servire la mia patria, terminare le mie battaglie. Erano speranze vane, mancavano pochi minuti.
Un rumore di chiavi risuonò nel corridoio muto. Erano venuti a prenderci. Sentii che trascinavano fuori il primo: il plotone si appostò nel cortile appena sotto le nostre finestre. Un prete pronunciò sbrigativamente le parole di rito, una voce straniera scandì alcune formalità che non riuscii a capire. Attimi di silenzio. Poi la stessa voce di prima: Load… Aim... Fire!
Sobbalzai agli spari come se avessero colpito me. Non c’era più tempo, tornavano verso di noi. Uno era caduto e il prossimo ero io.
Un soldato aprì la cella ed avanzò verso di me, mentre un altro aspettava sulla soglia. Come avviene quando un ragazzino incauto si avvicina troppo a un cane rabbioso, così io mi rannicchiai un po’, raccolsi tutte le mie forze e saltai addosso all’incredulo soldato con furia cieca. Non riflettevo: i miei muscoli si muovevano obbedendo ai nervi, che a loro volta seguivano gli sbalzi del cuore. Mi aggrappai alla sua faccia facendola sanguinare mentre lui urlava per il dolore, quando un barlume di ragione mi ricordò della guardia appostata sulla porta, che ora puntava l’arma verso di me cercando il modo di colpirmi senza ferire il compagno. L’istinto fece il resto: strappai di mano la mitragliatrice al soldato ferito, facendomi nel frattempo scudo col suo corpo, poi sparai all’impazzata sulla guardia, colpendola alla schiena mentre fuggiva chiedendo aiuto.
Il resto del plotone, allarmato dagli spari, si stava dirigendo verso di me. Ormai era inevitabile: sarei morto lì. Ma non certo implorando pietà in una squallida cella. Sarei morto onorevolmente, come si addice a un uomo libero. Così strinsi l’arma e mi scagliai nel corridoio, in un attimo nel cortile esterno. Premetti il grilletto e iniziai una corsa testa alta verso i colori rossastri di quello che sarebbe stato il mio ultimo tramonto.
Il bagliore si sprigionava fragoroso dalla canna della mitraglia mentre i colpi dei miei boia fischiavano tutt’intorno a me.
E fu in quei frangenti, fino a quando uno di quei proiettili non mi raggiunse il cuore, che compresi a pieno il senso della morte e quello della vita.
«La vita umana è strutturata in modo tale che soltanto guardando in faccia la morte possiamo comprendere la nostra autentica forza e il grado del nostro attaccamento alla vita. [...] Una vita a cui basti trovarsi faccia a faccia con la morte per esserne sfregiata e spezzata, forse non è altro che un fragile vetro». Yukio Mishima
mercoledì 19 agosto 2009
Nazionalismo
Quanti si sono spacciati per nazionalisti col fine di avere una copertura, un finto scopo nobile sotto il quale nascondere i propri interessi. Quanti si sono guadagnati il favore del popolo farneticando di patriottismo per condurre a guerre di interesse (di pochi), per approvare costituzioni disastrose, per dirigere la patria verso una strada di vuoto benessere, di consumo ed economia, dimenticando l’aspetto fondamentale del patriottismo: l’amore per la Patria.
Patria, la terra dei padri, alla quale bisognerebbe dedicare un’intera vita di sacrifici e, se necessario, una fulminea onorevole morte.
Ma tutto questo ha perso ogni senso nell’epoca moderna: i valori in voga sono la comprensione, la carità, la tolleranza, il politicamente corretto, l’opportunismo, l’individualismo. Dove sono finiti l’onore, la fede, la dedizione, la fedeltà, la coerenza, la disciplina, la perseveranza.
«Noi ora testimonieremo a tutti voi l’esistenza di un valore più alto del rispetto per la vita. Questo valore non è la libertà, non è la democrazia. È il Giappone. Il Paese della nostra amata storia, delle nostre tradizioni: il Giappone». Sono le ultime parole di Yukio Mishima, pronunciate poco prima di praticare il seppuku, il tradizionale rituale di suicidio Samurai.
In queste parole è rivelata la sintesi del nazionalismo, il fedele amore per la Nazione, nel momento di minor tensione come in quello più tragico, nella felicità come nello sconforto. Non esistono confini né materiali né psicologici per tale sentimento; nemmeno la morte lo può sopprimere, ma spesso ne esalta lo spirito eroico.
È quindi preciso dovere di tutti essere patrioti, così come fare il possibile affinché altri si uniscano alla causa prima che gli atavici valori affondino nell’oblio. La nostra è una battaglia contro il tempo, che con noi non è di certo galantuomo. È questa l’ora di radunare le ultime forze per prepararsi a una resistenza patriottica che, se non vittoriosa, sarà certamente degna e gloriosa.
lunedì 4 maggio 2009
Schiavi Felici
«Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo». Con queste parole Goethe ci comunicava una terribile verità riscontrabile soprattutto nell’epoca moderna.
Il fatto che attualmente i governi delle nazioni occidentali siano di stampo democratico non significa assolutamente che i cittadini di tali stati siano liberi. Tutt’altro, le nostre azioni sono più controllate e i nostri pensieri più plasmati che in qualsiasi altra epoca storica o zona del mondo.
Forti delle innovazioni nel campo della comunicazione di massa, i burattinai dei nostri tempi non solo riescono a esercitare senza molti ostacoli la loro influenza su milioni di persone, ma fanno anche in modo che queste ultime siano convinte di essere pienamente libere di agire secondo la propria volontà.
Queste osservazioni sono una limpida deduzione derivante dall’osservazione del quotidiano influenzamento delle masse.
Per rendere più chiaro il discorso farò alcuni esempi tanto banali quanto efficaci.
Immaginiamo di fermare 100 persone a caso sulla strada di una metropoli europea nell’ora di punta e di chiedere ad ognuno dei soggetti di scrivere un elenco delle 10 canzoni che preferiscono. Al momento di confrontare le liste ci accorgeremmo subito che alcuni titoli tornano più volte; queste canzoni altro non sono che il tormentone del momento, il brano in cima alla top ten della settimana, il ritornello più trasmesso in radio, etc.
È la sfrenata ricerca di conformismo, ma c’è qualcosa di più terribile dietro: uno pensa di ascoltare la musica che vuole e invece sta ascoltando quello che decidono le classifiche di MTV e il pubblico di “Amici”.
Passando ad un altro ambito, si nota di frequente come i media, in particolare telegiornali e quotidiani, facciano emergere le questioni a periodi: c’è la settimana del Tibet oppresso, quella della droga, degli incidenti stradali, delle baby gang, e così via.
Ora prendiamo le 100 persone di prima e domandiamogli quel è, secondo loro, il problema principale della nostra società. Che risposte otterremo? Avremo una risposta quasi unanime in base alla settimana di influenza dei media!
Di esempi ce ne sarebbero molti altri. Fate caso ai dettagli in futuro, vi accorgerete che attaccati ai nostri corpi ci sono milioni di sottilissimi fili che solo chi sa vedere è in grado di spezzare.
La via per la vera libertà parte dalle piccole cose, non dare occasione a nessuno di fare di te un burattino.
lunedì 16 marzo 2009
Lombardia e Veneto
LOMBARDIA
Composizione:
- Piemonte orientale (Alessandria, Asti, Vercelli, Novara, Biella, Verbania)
- Canton Ticino
- Ovest Trentino (a ovest del fiume Adige)
- Emilia (Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena).
VENETO
Composizione:
- Veneto ufficiale
- Est Trentino (a est del fiume Adige)
- Friuli - Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste, Udine)
- Istria e Dalmazia.
lunedì 12 gennaio 2009
Sull' uguaglianza
Uno Stato o una società che si basi sull’uguaglianza è destinata a perire, poiché agisce contro natura. Uguagliare due cose, persone o elementi diversi, infatti, significa appiattire le differenze che esistono tra essi, eliminando quella varietà che è la ricchezza del mondo. Riprendendo l’americano David Lane, uguaglianza significa «far correre un cavallo da soma velocemente quanto uno da corsa» o «fare in modo che un cavallo da corsa sia in grado di tirare con una forza uguale a quella di un cavallo da soma»: nel primo caso bisogna rallentare il cavallo da corsa, nel secondo è necessario indebolire quello da soma. Ma ciò che accade in entrambi i casi è che il punto di forza viene distrutto per fare spazio all’uguaglianza. La medesima situazione si verifica in una società di uomini in cui si impone tale concetto: la distruzione dell’eccellenza.
sabato 6 dicembre 2008
L’uomo moderno ha sovvertito il senso del tempo
Fin dall‘antichità il tempo, il susseguirsi delle stagioni e degli anni, scandiva la vita dell’uomo. Oggi l’umanità sembra non averne più bisogno: spesso anzi lo spreca, lo considera come nemico, o talvolta non ne comprende l’importanza. Ne ha perciò una visione fortemente distorta.
Prima di rinnegare il tempo, l’uomo viveva in tre dimensioni temporali complementari, distinte e indispensabili: passato, presente e futuro.
Dal passato si traevano gli esempi, i modelli, i valori, le tradizioni e lo stile di vita: perché tutto ciò che abbiamo e viviamo nel presente lo dobbiamo a chi, prima di noi, l’ha ottenuto. Il presente è il vivere attuale, che è fonte di piacere e soddisfazioni, ma non deve diventare fine a se stesso; è l’anello di congiunzione tra passato e futuro, ciò che permette alla storia e all’umanità di proseguire. Tutto in previsione e in vista del futuro, che può essere definito il fine ultimo della vita.
Invece la degenerazione del mondo moderno sovverte queste leggi, più dettate dalla natura che dall’arbitrarietà dell’uomo, e altera l’equilibrio che esiste tra le tre dimensioni.
Il motto più in voga in questi tempi è “the future is now”, il futuro è ora. Ma se il futuro è adesso, significa che non esiste un domani, e non esisterà veramente se gli uomini continueranno ad applicare questa malata filosofia.
Tale stile di vita ha poi trovato terreno fertile nel materialismo: l’uomo è infatti attratto dal “vivere il momento”, godersi il presente senza fare calcoli sul futuro. La chiamano vita, quella presente, ma non è che un terzo di essa, poiché la vita è il risultato delle tre dimensioni temporali.
E’ quindi arroganza essere certi che sia sufficiente il presente, limitatezza ritenere che non valga la pena di conoscere il passato, irresponsabilità non considerare il futuro.
Solo tornando a esaminare a fondo la questione, l’uomo potrà trovare il vero senso della vita: scoprire che siamo sì infinitamente piccoli nell’universo, ma anche estremamente preziosi in questo mondo in quanto anello di congiunzione tra passato e futuro.
sabato 4 ottobre 2008
Modern Europe vs Ancient Europe
Differences beetween Modern and Ancient Europe *
mercoledì 27 agosto 2008
Odiare per amare
Qual è lo scopo della vita? È fondamentalmente la realizzazione di sé stessi. E il modo migliore per farlo sta nella combinazione tra amore e odio, che nell’uomo superiore tende sempre verso il perfetto bilanciamento.
Il primo spunto di bilanciamento ci viene offerto dalla Natura, che ci insegna a odiare ciò che è alieno e nemico, o rappresenta una minaccia; mentre per istinto ci fa amare ciò che è più vicino a noi, al nostro modo di essere, vivere e pensare.
Per semplificare ho individuato tre principali tipi di odio.
Il primo tipo è l’odio che ha il solo fine di danneggiare, distruggere e di infondere altro odio. È l’odio malvagio e insensato, tendente al caos e creato dal caos. L’odio che contraddistingue gli esseri inferiori, subdoli e nemmeno paragonabili alle bestie.
Ed è ugualmente inferiore l’odio in nome della prepotenza a danno del più debole e indifeso, preso di mira solamente in quanto tale.
L’odio può essere anche dettato dall’ira. E questo bene o male tocca tutti. Tuttavia mentre il saggio lo sa generalmente tenere a bada, imponendo il suo autocontrollo, quello d’animo più debole si fa spesso sopraffare dalla collera, guidata da un odio casuale e irrazionale, di durata temporanea estremamente limitata ma che in pochi istanti è in grado sprigionare una concentrazione di forza immensa, spesso distruttrice e negativa.
Infine c’è l’odio positivo. Quello che, giustamente calibrato, permette la realizzazione dell’uomo. Ciò che lo contraddistingue è la razionalità e la coerenza. Un odio mirato, definito da David Lane come “puro e perfetto”.
Gli appartenenti alla prima categoria, quella dell’odio malvagio, non provano nessun tipo di amore, fatta eccezione per l’”amore” verso il caos, termine che necessita di virgolette perché è più propriamente definibile come ”soddisfazione diabolica e perversa”.
È invece proprio del debole e dell’insicuro l’amore incondizionato verso chiunque, tendenza tipica di ambienti quale il cristianesimo. L’amore incondizionato è ciò che di più pericoloso esista, senza contare che, in mancanza di un corretto bilanciamento amore-odio, il sentimento provato non raggiunge nemmeno lontanamente l’Amore dell’uomo d’animo superiore.
Quindi anche qui il termine amore è puramente convenzionale, si tratta in realtà di una “ricerca di pietà” che maschera spesso una debolezza interiore ed è promossa e burattinata dai servi del caos. Viene di fatto promessa una ricompensa nell’aldilà in cambio della completa rassegnazione alla droga di un amore sbiadito e dell’abbandono delle proprie difese contro i nemici di questa vita.
Quello detto fin ora si può riassumere in una sola frase: Solo chi sa perfettamente e razionalmente odiare può amare veramente.
lunedì 16 giugno 2008
Riflessioni sulla democrazia
La democrazia (dal greco dêmos “popolo” e “kratía” governo”) come concetto in sè è ciò a cui aspira l’uomo che cerca la libertà. Concettualmente, però. Perché noi ci troviamo a fare i conti con la realtà, e in questa l’uomo non è in grado di creare una “società democratica” che funzioni e sia in grado di offrire veramente la possibilità a tutti di governare.
Come giustamente diceva Platone, la democrazia è la degenerazione dell’aristocrazia e, aggiungo io, la democrazia degenera inevitabilmente in anarchia. Anarchia significa caos e, non essendoci ordine, non c’è più nemmeno la possibilità di garantire una convivenza civile tra gli individui della comunità, in modo tale che si possa applicare il concetto stesso di democrazia.
Praticamente la democrazia è irrealizzabile, un utopia e addirittura un paradosso.
Basti pensare a un nucleo di persone ridotto, ad esempio una famiglia, e ad esso applicare il concetto di democrazia, cioè dare la possibilità ad ogni membro della famiglia di decidere. Poniamo che sia una famiglia composta dai due genitori e quattro figli. La democrazia diretta prevede che ogni questione vada discussa da tutti e che tutti abbiano la possibilità di votare e influire quindi sulle decisioni comuni. Ora provate a pensare cosa accadrebbe: i figli, avendo interessi comuni, si accorderebbero e grazie alla legge della maggioranza avrebbero pieno controllo sulle decisioni di famiglia. Ma i figli sanno veramente cosa è bene per loro? In molti casi no. E’ per questo che esiste una gerarchia, un ordine: per questo chi prende le decisioni più importanti lo fa anche se non ha il consenso della maggioranza.
Ora pensate allo stesso fenomeno su una scala più vasta, poniamo una città di medie dimensioni da 200 mila abitanti. La democrazia diretta non è più possibile, allora ecco fare la sua comparsa la democrazia rappresentativa. Ogni cittadino elegge un proprio rappresentante con idee o interessi vicini ai suoi; a loro volta chi è stato eletto prende democraticamente le decisioni con gli altri eletti. Ma facendo un passo indietro, è giusto che tutti i cittadini scelgano? Nel primo esempio è appurato che i figli che non sono in grado di prendere la decisione corretta, per mancanza di esperienza o perché deviati dai loro interessi personali. Ipotizzando che il 60% dei cittadini, esattamente come i quattro figli, non sappia cosa è giusto decidere per uno dei due motivi citati; questi sceglieranno l’uomo sbagliato, che, dopo essere stato eletto, a sua volta non farà il bene della comunità e della città, ma porterà disordine e corruzione.
Esistono quindi persone in grado di comprendere i problemi e scegliere chi può davvero governare la comunità, garantire serenità e convivenza pacifica tra i cittadini, e chi non lo sa fare. Ma la democrazia non parte da questo presupposto, si fonda sull’errato concetto che gli uomini siano tutti uguali e in grado di distinguere il bene dal male, appunto, di scegliere.
La democrazia è anche l’ambiente in cui proliferano con maggiore facilità i parassiti sociali. I corrotti e gli inetti sono protetti dalla massa, lo Stato è debole e, se vuole rimanere in piedi come istituzione, deve avere anche l’appoggio di quei cittadini parassiti, che in certi casi sono la maggioranza. In seguito questi fastidiosi insetti si infiltrano persino all’interno dello Stato e si crea un sistema marcio e corrotto che ha il suo cervello nello Stato. I politici entrano a far parte di una casta intoccabile.
Infine, per dominare chi non è conforme a questo sistema, bisogna passare alla repressione e, oltre alla classe dei politici, si viene a creare quella dei servi, gli esecutori del volere del cervello.
La democrazia, da forma di governo per il popolo e del popolo come da definizione, diventa un governo sul popolo, il mezzo più facile a disposizione dei detentori del potere per piegare le masse al proprio volere e sottomettere chi crede ingenuamente di essere libero.
Quali sono allora le alternative alla democrazia?
una è l’aristocrazia (dal greco άριστος "Nobile" e κράτος "Potere"), forma di governo in cui solamente i migliori si alternano al governo dello Stato; un’altra possibilità è la dittatura, che in alcune sue forme può essere considerata una forma estrema di aristocrazia.
Nel governo aristocratico non vota chiunque indiscriminatamente, ma solo chi ha una cultura, un modo di porsi e di pensare adatti a comprendere cosa è giusto per lo Stato. Non vota chi è straniero alla società ma solo chi vi appartiene per nascita.
Chi governa è al servizio dello Stato, dei cittadini e della patria. Mentre in democrazia, di fatto, avviene il contrario.
sabato 3 maggio 2008
Il mio pensiero politico
Il sangue è al centro della mia concezione politica: esso ci viene trasmesso da generazioni e noi abbiamo il sacro dovere di conservarlo e di tramandarlo ai nostri figli. Venire meno a questo compito sarebbe un affronto verso i nostri Avi e chi si macchia di questo crimine (tale puo essere definito) deve essere disconosciuto e cacciato dalla comunità.
Tutto si deve basare sul sangue: c'è chi divide il mondo per religioni, chi lo divide per classi sociali, chi per correnti di pensiero... io lo divido per sfere etniche. Razzismo non è una parolaccia: significa riconoscere che esistano razze diverse all'interno del genere Homo, che, essendo tali, hanno diversi valori.
Il legame sangue-suolo è fondamentale: nessun allogeno deve avere il diritto di vivere sul suolo europeo e usufruire (meglio ancora parassitare) della civiltà che gli autoctoni hanno costruito in secoli di storia, e, comunque, non sullo stesso piano di questi ultimi.
Questo non vuol dire, per esempio, escludere a priori un francese da una comunità tedesca; significa che un francese può vivere in una comunità tedesca se adegua il suo pensiero, la sua lingua e i suoi costumi a quelli tedeschi, e se il fenomeno migratorio resta numericamente limitato.
-Comunitarismo
Il mio ideale di società la comunità. Sono contro ogni forma di universalismo come sono contro l'individualismo. L'uomo è un "animale sociale", e come tale deve vivere pacificamente in società con i suoi simili senza che le azioni di uno urtino la sopravvivenza dell'altro. Nel contempo però la comunità deve contenere un numero ristretto di persone e deve essere composta esclusivamente da persone etnicamente, culturalmente e linguisticamente compatibili. Il diritto romano dello "ius soli" dev'essere sostituito da quello germanico dello "ius sanguinis", da diritto di suolo a diritto di sangue.
Rifiuto il concetto di urbanizzazione sfrenata: le migliori qualità dell'uomo emergono nella società contadina e nel suo mondo incontaminato. L'urbanizzazione, conseguenza diretta dell'industrializzazione, conduce ad una società corrotta e degenerata, in cui l'uomo perde le sue caratteristiche e le sue particolarità per trasformarsi in un numero.
-Autodeterminazione
Ogni comunità deve avere il diritto di autodeterminarsi, rimanendo tuttavia in un contesto di unità. Un modello a cui faccio riferimento è l'impero, in particolare, per quanto riguarda l'Europa, l'impero Asburgico, ultima istituzione che è stata in grado di unire più realtà sotto uno stesso orgoglio europeo. Sono contrario all'idea di stato nazionale nata dopo la dissoluzione degli imperi e affermatasi con la rivoluzione francese.
Ogni comunità deve avere la facoltà di parlare la propria lingua e conservare cultura, storia e tradizioni senza che gli venga imposta un'identità che non le appartiene.
-Europa Etnonazionale
Credo che i veri confini dell'Europa siano da ridisegnare in base ai confini etnici e non quelli imposti dopo la creazione degli stati nazionali.
Stati come la Francia e l'Italia andrebbero smontati e i loro confini ridisegnati, poichè frutto non di un'unione etnica ma di un'unificazione forzata.
-Socialismo nazionale
La povertà e la disgregazione sociale nascono nel momento in cui il capitale diventa l’obbiettivo principale dell’uomo; l’assenza di proprietà, invece, degenera spesso in inerzia e disinteresse verso la cosa pubblica. Tra i due poli estremi del comunismo e del capitalismo è possibile trovare una mediazione: il socialismo. Il socialismo non nega la proprietà privata e nel contempo garantisce uguali diritti ai membri della comunità per vivere dignitosamente. L’aggettivo “nazionale” sta a indicare che il diritto di influire sull'andamento della comunità spetta solo a chi appartiene per diritto di Sangue alla comunità stessa.
-Econazionalismo
L’uomo deve vivere a stretto contatto con l’ambiente in un rapporto di rispetto reciproco, non deve prevaricare i diritti della natura, violarne le leggi o sfruttare l’ambiente come purtroppo sta avvenendo. Le diversità del paesaggio vanno rispettate ed è l'uomo che, nel costruire, si deve adeguare all'ambiente, e non viceversa. Questo significa econazionalismo.
venerdì 25 aprile 2008
mercoledì 23 aprile 2008
martedì 15 aprile 2008
ELEZIONI 2008. IL MIO PUNTO DI VISTA
Premesso che Veltroni e Berlusconi sono uguali (Veltrusconi ndr), sono contento che abbia vinto il centro dx. Sapete perchè? Per dimostrare che l'uno e l'altro sono uguali.
Adesso tutti parlano della Lega, ecco i motivi per cui secondo me la lega ha ottenuto un risultato cosi alto:
- Gli elettori di AN si sono spostati sulla lega non vedendo di buon occhio il pdl
- E' stata fatta una campagna elettorale martellante sull'immigrazione (in campagna elettorale nessuno se li ricorda i 700.000 extracomunitari regolarizzati dalla bossi-fini?)
- Campagna anti-prodi, hanno ricordato che hanno fatto grande opposizione a Prodi (eh si, hanno votato anche per il Ponte sullo Stretto pur di far dispetto al mortadella..)
- Veltroni ha continuato a parlare (male, ma ne ha comunque parlato) della lega negli ultimi giorni di campagna elettorale
- Dulcis in fundo la sparata dei fucili di bozzi a pochi giorni dal voto
Ecco il quadretto completo, un risultato del genere c'era da aspettarselo.
Per il resto ha vinto il piduismo. Due partiti grandi e tanta tanta plutocrazia.
In Senato il Fronte ha preso 5000 voti, c'è però da sottolineare che abbiamo usato una miseria per la campagna elettorale, giusto per qualche manifesto (altro che i fior di milioni di Arcore).
ELEZIONI COMUNALI - BRESCIA
A Brescia sembra stia vincendo Paroli. Anche qui bene, così dimostriamo alla gente che dx e sx non cambia niente. Prima su Teletutto c'era Castellini (FN) al 0,40%... un peccato, perchè Forza Nuova era l'unico partito a queste elezioni comunali che andava oltre il solito programma uguale in tutti i partiti: "piu vigili, piu telecamere, brescia piu sicura, piu bella, piu solidale, bla bla bla..". FN chiedeva BRESCIA AI BRESCIANI. Ma i Bresciani sono troppo masochisti, e vanno a votare quel democristiano di Paroli, quel parolaio di Del Bono, vanno a votare allogeni che di Bresciano ha solo la targa dell'auto.
Va beh che il nostro è un popolo stupido si sapeva. Spero soloche la gente capisca che
DESTRA E SINISTRA SONO UGUALI
unica via
Autogoverno e Indipendenza!
lunedì 7 aprile 2008
MA NON SI VERGOGNANO???!!
1 - Meno male che silvio c'è
2 - I'm PD
lunedì 10 marzo 2008
ASTENSIONE (parte 4)
Alle prossime elezioni ASTENSIONISMO ATTIVO, ovvero rifiuto della scheda.
Come è ormai noto, l'astensionismo passivo non fa percentuale di media votanti e riguardo alle elezioni legislative il nostro sistema di attribuzione non prevede nessun quorum di partecipazione (a differenza dei referendum dove è richiesto un quorum del 50% +1 degli elettori).
Quindi, se anche per assurdo nella consultazione elettorale votassero tre persone, ciò che uscirebbe dalle urne sarebbe considerata valida espressione della volontà popolare e si procederebbe quindi all'attribuzione dei seggi in base allo scrutinio di tre schede.
Altresì le schede bianche e nulle, fanno certo percentuale votanti, ma vengono ripartite, dopo la verifica in sede di collegio di garanzia che ne attesti le caratteristiche di bianche o nulle, in un unico cumulo da suddividere nel cosiddetto premio di maggioranza... (per assurdo sempre votando bianca o nulla se alle prossime elezioni vincesse Berlusconi le suddette schede andrebbero attribuite nel premio di Forza Italia).
Esiste però un metodo di astensione che garantisce di essere percentuale votante (quindi non delegante) ma consente di non far attribuire il proprio non-voto al partito di maggioranza.
È infatti facoltà dell'elettore di recarsi al seggio e una volta fatto vidimare il certificato elettorale, AVVALERSI DEL DIRITTO di RIFIUTARE LA SCHEDA, assicurandosi di far mettere a verbale tale opzione, come previsto dal d.p.r. 30 marzo 1957, n. 361 – art. 104.
È possibile inoltre ALLEGARE IN CALCE AL VERBALE, UNA BREVE DICHIARAZIONE IN CUI SE VUOLE, L'ELETTORE HA IL DIRITTO di ESPRIMERE LE MOTIVAZIONI DEL SUO RIFIUTO (esempio “nessuno degli schieramenti qui riportati mi rappresenta perché non indica come priorità la liberazione dell’Italia dall’occupazione statunitense”).
Tale sistema rende non attribuibile il voto, in quanto la legge consente solo l'attribuzione delle schede contenute nell'urna al momento dell'apertura della stessa, creando una discrepanza tra percentuale votanti e voti attribuibili e di conseguenza un problema di difficile, se non impossibile attribuzione (specie se il fenomeno raggiungesse quote notevoli) di seggi; infatti in linea teorica (non è mai successo) se la quantità di schede rifiutate raggiungesse la quota di voti necessaria per l'attribuzione di un seggio, tale seggio non potrebbe essere attribuito.
Per contribuire alla discussione sull’astensionismo attivo, puoi collegarti al blog:
ripartite in un unico cumulo da ripartire nel
cosiddetto premio di maggioranza..
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Per assurdo sempre votando bianca o
nulla se alle prossime elezioni vincesse Berlusconi le suddette schede
andrebbero attribuite nel premio del Pdl.
domenica 9 marzo 2008
ASTENSIONE (parte 3)
ASTENSIONE (parte 2)
Elezioni italiane, interessi italiani.
La partita per il bene e il futuro della Nazione sarda non si gioca oggi. Il passaggio cruciale per gli interessi e i diritti dei sardi sono le elezioni del 2009. iRS sta lavorando, giorno per giorno, per esserci. Al momento giusto.
iRS sceglie di lanciare sin da oggi la campagna elettorale per le elezioni sarde del 2009. Un modo positivo, propositivo e coerente di interpretare il presente e offrire un'alternativa credibile a cui aderire e per cui attivarsi.
La Sardegna non si cambia dall'Italia, sicuramente non in meglio. E non crediamo che i partiti italiani possano garantire i diritti e gli interessi del popolo sardo. Anzi, il compito della politica e delle elezioni italiane è di rimuovere e nascondere agli occhi dei sardi i problemi reali della nostra terra e di chi la vive, di sviare l'attenzione, l'intelligenza e la passione dei sardi dalle possibili soluzioni. Il carrozzone illusionista, fatto di finte novità elettorali e di finti-nuovi partiti è stato creato proprio per far credere che le cose siano cambiate. Ma dietro la coltre di fumo troneggiano esclusivamente gli interessi, i valori e le priorità italiane egregiamente difese e sostenute dai partiti autonomisti unionisti.
iRS non è mai stato un movimento intossicato o esaltato dalla droga delle elezioni. iRS non esiste solamente durante le elezioni. Il ricatto elettorale non tocca iRS: siamo noi a decidere se e quando partecipare in base alle nostre valutazioni, alle nostre esigenze, ai nostri tempi.
venerdì 7 marzo 2008
martedì 19 febbraio 2008
SERBIA: KOSOVO INDIPENDENTE
E' stata percorsa la prima tappa per raggiungere l'obiettivo "albanizzazione totale del Kosovo", in previsione di una conseguente annessione del Kosovo all'Albania. Quasi tutti gli stati eurpei (compresa italia ovviamente) hanno dato il loro appoggio all'indipendenza del Kosovo, e dopo il sì del parlamento...
Il Kosovo dichiara l'indipendenza 15.53
Il Parlamento del Kosovo, riunito in seduta straordinaria, ha approvato la dichiarazione di indipendenza dalla Serbia. I parlamentari hanno approvato per alzata di mano la proclamazione di sovranità letta dal premier Thaci. La dichiarazione è stata poi firmata dalle principali autorità del nuovo Stato: il presidente Sejdiu, il premier Thaci e il presidente del Parlamento, Krasnici.
Fonte: http://www.televideo.rai.it/televideo/pub/index.jsp
Consiglio al riguardo:
- Video - Cartina
- http://www.rinascitabalcanica.com/
























